Mario Draghi ha cercato di metterci una pezza, violando la sua tradizionale ritrosia a presentarsi davanti alle telecamere. Forse non poteva fare altrimenti, di fronte alle figuracce in serie collezionate dai suoi ministri Di Maio, Lamorgese e Guerini sul ponte aereo per cercare di salvare la vita agli afghani che hanno collaborato con noi in questi vent’anni. Ha chiamato eroi i nostri 53 caduti, ha promesso il massimo impegno, ma non ha convinto nessuno.

A Herat i talebani hanno iniziato i rastrellamenti (soprattutto delle donne) casa per casa e i trecento tra interpreti e familiari, stanno ancora lì, ostaggi in preda al terrore. È la solita Italietta che riesce a dare il peggio di se’ quando si tratta di mantenere per tempo le promesse. Ancora una volta, vale la vecchia citazione di Tito Livio: “Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur”.

Basta sostituire Sagunto con Kabul o Herat e il gioco è fatto. Perché a Roma si trova il tempo di definire sempre meglio le prerogative (e le indennità) del nuovo giocattolo del COVI, o magari di bloccare al 4% l’IVA sui grissini all’aglio o alla cipolla, ma non di occuparsi concretamente di salvare quelle vite. Non trattandosi di clandestini protetti dalle ong, ce ne possiamo tranquillamente fregare. Tanto sono lontani, molto lontani…E poi, in fondo, restano pur sempre dei “collaborazionisti” con i militari dell’invasore occidentale, no?

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Guido Paglia
Classe 1947, romano, è giornalista professionista dal 1973. Ha ricoperto l'incarico di Vicedirettore e Capo della Redazione Romana del Giornale durante la direzione di Indro Montanelli e di Direttore della Comunicazione del Gruppo Cirio-Del Monte e della Lazio Calcio con Sergio Cragnotti. Dal 2002 al 2012 ha lavorato in Rai come Direttore Comunicazione, Relazioni Esterne e Rapporti Istituzionali.

5 Commenti

  1. Parole, parole, parole… qui dovrebbero saltare gli strapuntini (come chiamarle “poltrone”?) di parecchi funzionari in divisa o meno nei vari Gabinetti ministeriali ma pure a Palazzo Chigi incapace di indicare priorità strategiche, come nei Comandi verticistici che di stellare evidentamente hanno solo le sempre più larghe spalline e nonostante i complimenti pubblici di Crosetto (abbastanza fuori luogo in questo frangente) Altissimi Comandanti privi di qualsiasi iniziativa perchè educati, formati, selezionati, allevati e ricompensati unicamente per la loro attitudine ad obbedir tacendo.

  2. Perché attaccare Nemo? Dice cose vere, sicuramente non nuove e forse poco attagliate al contesto, ma punta il dito su un problema di leadership ormai cronico che condiziona sistematicamente tempi e modalità di intervento delle forze armate.

  3. Il commento di NEMO è abbastanza demenziale… forse, in 20 anni, non sarebbe dovuta essere la politica a definire una visione nazionale su quel luogo lontano dove abbiamo mandato i nostri soldati? Invece no, mai nessuno che abbia detto con chiarezza “dobbiamo esserci x stabilizzare Parse”, oppure “andiamo via perché non è di nostro interesse…”.. Abbiamo vivacchiato senza una visione strategia, senza comprendere il peso di una sconfitta e.. mo… arriva niente po po di NEMO e stabilisce che la colpa è dei comandanti militari italiani? Ma da quale albero scende un simile primate? Poi, per carità, non è che gli Eisenhower de noantri abbondino, ma ste critiche ebeti spiegano più che altro il livello di quelli che, magari, i Comandanti li dovrebbero supportare…

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