Castagna, il flirt con Agricole lo ha escluso dal risiko. Intesa è il vero campione italiano

Castagna, il flirt con Agricole lo ha escluso dal risiko. Intesa è il vero campione italiano

09 giugno 2026

C’è una regola non scritta del risiko bancario: quando senti muoversi qualcosa di grosso sotto il banco, o ti siedi al tavolo da chi comanda, o resti in piedi a guardare. Giuseppe Castagna, in questo capitolo, è rimasto in piedi.

La sequenza è quasi comica nella sua brutalità. Domenica 7 giugno il Banco BPM capisce che il Monte è in movimento e prova la mossa disperata: una lettera al cda di Siena, una “fusione tra pari”, il sogno del terzo polo da oltre 50 miliardi. Un comunicato di vaga intenzione, l’apertura di un tavolo. In mezza giornata, di quel tavolo non c’erano più né le gambe né le sedie: è arrivata Intesa con un’OPAS da 30,6 miliardi e ha spiegato, senza troppi giri di parole, chi comanda davvero in questa partita.

Il confronto dei numeri è impietoso. Le sinergie messe sul piatto da Intesa valgono circa 2,9 miliardi lordi annui a regime. Quelle promesse da Castagna nel suo progetto di aggregazione si fermavano a poco più di 1,1 miliardi. Davanti a una forbice del genere, la proposta di Piazza Meda non era una controfferta: era materiale da archivio.

E qui c’è il vero paradosso. Pensavamo che Castagna fosse uomo di Intesa, o quantomeno gradito. Si scopre che non è così. Anzi: con il voltafaccia consumato all’assemblea del Monte dello scorso 15 aprile, quando votò la conferma della lista Lovaglio, Castagna è diventato il nemico pubblico numero uno di buona parte del sistema bancario. È anche l’uomo che ha lasciato salire i francesi del Crédit Agricole fino al 22,8% del Banco — con il via libera della BCE a spingersi fino al 29,9%. Una presenza francese ingombrante che pesa, eccome.

Perché la domanda vera è una sola: il deal che Messina ha cucito addosso a Cimbri e a Unipol — le 635 filiali del Monte, la combinazione con Bper, il nuovo polo tricolore — perché non è stato offerto a Castagna? La risposta più semplice è anche la più scomoda da pronunciare a Piazza Meda: pesa il capitale francese dentro il Banco. In un’operazione che a Roma viene venduta come “intervento di sistema a difesa della sicurezza nazionale”, avere i transalpini in casa non è un dettaglio. È la discriminante.

Poi c’è l’altro sconfitto, più silenzioso ma non meno cocente. Giancarlo Giorgetti. Il suo sogno — vedere Banco e Monte convolare a nozze per costruire il secondo polo italiano — è svanito in una notte. Di questa stagione del risiko, di lui resterà soprattutto un’immagine: il golden power esercitato su UniCredit, proprio nel momento in cui un secondo polo italiano andava costruito, non frenato. Chi semina veti, raramente raccoglie poli.

E così il banco l’ha tenuto Messina.