FINCANTIERI e LEONARDO: quelle ombre francesi che continuano a oscurare le nostre commesse grazie alle “quinte colonne” italiane

La speranza è che non si prepari né il bis né il tris. Cioè che anche questa volta, la fenice francese, ovvero i cantieri di Naval Group, con tante amicizie a Bruxelles e persino in Italia, scippino sul filo di lana Fincantieri della commessa in discussione in queste ore ad Atene per la costruzione di tre corvette (più piccole di quelle del tipo EPC) del valore di un miliardo e mezzo di euro.

Ma le pretese e le velleità francesi per le forniture militari, comprese le unità navali, pare destino sempre meno consensi oltre-oceano, come del resto la vicenda australiana dei sottomarini ha ampiamente dimostrato.
E’ vero. I precedenti non giocano a favore di Fincantieri e la spinta positiva di acquisizioni italiane ha avuto una inspiegabile battuta di arresto. Nel corso dell’ultimo anno, la commessa già acquisita in Indonesia per 6 fregate Fremm e la cessione come “gap filler” di due fregate Maestrale, sembrano essere saltate; e ciò nonostante i contratti fossero già firmati. La causa? Secondo gli esperti, il combinato disposto tra la scarsa proattività del governo Draghi nel sostenere l’intesa con Djakarta e le debolezze commerciali di Fincantieri nel momento della transizione dalla gestione Bono.
Stesso destino aveva subito la combattuta commessa, ancora in Grecia, per almeno tre Fremm (valore tre miliardi) -“fregate” di nome e di fatto- dal rivale di sempre, ovvero dalla francese Naval Group, grazie ad un pesante intervento politico di matrice macroniana, addirittura contrario alle scelte tecniche fatte dalla stessa Marina greca.
Fincantieri – nel silenzio calato sulle maldestre operazioni, consigliate e pilotate da una Leonardo inquinata dalle trame di D’Alema –  ha perso definitivamente le opportunità colombiane; per non parlare di quelle, di maggior portata, in direzione dell’Arabia Saudita.
Mancate acquisizioni che fanno rima con assenza di spiegazioni. E la prima spiegazione da pretendere sarebbe stata quella di chiedere lumi a chi si occupa (meglio: si dovrebbe occupare) delle strategie del “prodotto difesa” e in particolare della promozione commerciale del “prodotto difesa navale”.
In queste ore, proprio queste debacle, che sotto altre forme potrebbero riguardare anche la nuova commessa in Grecia, hanno sollevato più di un interrogativo sulla reale tenuta di una Fincantieri volutamente indebolita.
Nulla di nuovo sotto il sole considerando che la Francia – come molti ricorderanno – era riuscita a far saltare in aria anche la cessione a Fincantieri dei Chantiers de l’Atlantique concorrenti nella costruzione delle navi da crociere, nonostante che l’industria italiana avesse tutte le carte in regola per acquistarli. Specie dopo che la cessione al ben più pericoloso gruppo coreano era stata comunque avallata e favorita da Parigi e Bruxelles.
A rileggere le cronache di un passato recente, sono in molti a chiedersi come la diplomazia, militare ed industriale francese risulti sempre vincente anche quando in campo l’Italia è in grado di mettere prodotti (le fregate FREMM migliorate del progetto italiano e le corvette del progetto EPC) di per sé vincenti, ma forse non così stimati dai politici specie di area PD che a Bruxelles come in Italia non hanno mai fatto mistero delle loro simpatie transalpine e che hanno sostenuto i vantaggi di uno “spezzatino” bis (dopo quello attuato negli anni della privatizzazione dell’Iri, nell’impiantistica; e recentemente di gioielli come OTO Melara, ancora in bilico perché disprezzato da “Arrogance” Profumo)
Spezzatino che difatti vede fautore Leonardo nel sostenere una fusione che relegherebbe Fincantieri sulle posizioni di puro costruttore di navi (Piattaforme) con una brusca virata rispetto alle ambizioni e ai progetti di Giuseppe Bono, prima defenestrato e poi scomparso prematuramente.
Bono era il principale artefice di una strategia di diversificazione e quindi di fornitura completa, integrata, di sistemi resi più competitivi, ripetitivi e continuativi anche da programmi di cooperazione industriale e di assistenza, funzionale, manutentiva e  operativa, che avrebbero collocato l’Italia al centro delle strategie geo-industriali del Mediterraneo. Ma
questo è l’esatto contrario di quanto Leonardo propugna,  imbellendo bilanci, giocando sulle operazioni finanziarie, sui maquillage di operazioni di cessione o acquisizioni, che intaccano la credibilità dell’offerta integrata dell’industria della difesa italiane. E che soprattutto degradano Fincantieri da protagonista aggressivo dei mercati mondiali ad un ruolo ancillare di mero produttore navale.
Rischia quindi di evaporarsi la strategia di Bono, non solo un sogno, di rilanciare ció che era stato propugnato dal Melara Club degli anni 70, con un ruolo nella grande impiantistica capace di colmare i gli inevitabili cicli della cantieristica; una strategia che inevitabilmente aveva condotto Bono a fronteggiare a muso duro quelli che nel PD, in particolare nel clan Gentiloni e nell’entourage  della ministra Pinotti, consideravano e considerano i francesi partner con la erre moscia e non competitor.
Ma…il diavolo fa le pentole e non i coperchi. Fincantieri ha firmato (e molti affermano sia stata condotta per mano dai nuovi ministri del governo Meloni , Crosetto e Urso) un accordo quadro con il fondo americano Onex, che controlla i cantieri greci di Elefsis , proprio in vista della costruzione delle tre corvette in discussione in questi giorni.
Al centro dell’intesa si colloca esattamente la strategia che era di Bono: creazione di una linea di produzione e manutenzione di corvette, ma anche uno strumento in grado di contrastare l’espansionismo cinese in Grecia, con un occhio alle manutenzioni e a tutta l’industria navale in mediterraneo.
Questa alleanza italo-americana-greca, strategica e si spera vincente, in un Mediterraneo nuovamente centrale, è stata siglata “obtorto collo” solo per cercare di salvare la poltrona da Pierroberto Folgiero (approdato al vertice di Fincantieri su suggerimento di Antonio Funiciello, ex capo della segreteria di Gentiloni e capo di gabinetto di Draghi)e dal generale alpino (sic!) Claudio Graziano (ex capo di Stato maggiore della Difesa, tanto caro al ministro Roberta Pinotti, altro membro riconosciuto del clan Gentiloni). Ma potrebbe essere davvero l’ultimo regalo delle strategie vincenti di Giuseppe Bono. Almeno si spera.

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