
Banche centrali nel caos: la guerra con l’Iran riscrive il manuale della politica monetaria
La guerra con l’Iran sta cambiando a velocità vertiginosa tutto ciò che le principali banche centrali pensavano di sapere sul 2026. Con il petrolio spinto sopra i 100 dollari al barile e lo Stretto di Hormuz di fatto paralizzato, la politica monetaria globale si muove in una nebbia sempre più fitta.
Il problema non è solo il prezzo dell’energia. È l’incertezza radicale: quanto durerà la chiusura dello stretto? Quante operazioni militari ordineranno Washington e Tel Aviv? E fino a che punto Teheran deciderà di rispondere? Senza risposte a queste domande, qualsiasi previsione macroeconomica diventa fragile.
Nel frattempo i mercati finanziari iniziano a reagire. In Giappone, ad esempio, il Nikkei 225 ha perso fino al 7%, riflettendo l’esposizione estrema del paese al petrolio del Golfo: circa il 95% delle importazioni energetiche di Tokyo passa proprio attraverso Hormuz. Non a caso sui social giapponesi circolano nuovi neologismi: “Iranflation” e “warflation”.
Nelle sedi delle banche centrali la parola che torna più spesso è un’altra: “stagflazione”. Dopo la pandemia, l’invasione russa dell’Ucraina e la guerra commerciale, il sistema monetario globale si trova ora davanti all’ennesimo shock di offerta.
Negli Stati Uniti la Federal Reserve è probabilmente l’istituzione più esposta politicamente. Con Jerome Powell ormai vicino alla fine del mandato, il timone potrebbe passare a Kevin Warsh proprio mentre l’amministrazione Trump aumenta la pressione per tagliare i tassi. Ma l’inflazione energetica e il peso crescente del debito pubblico – ormai diretto verso i 39 mila miliardi di dollari – rischiano di ridurre drasticamente i margini di manovra della banca centrale. Il vero arbitro potrebbe diventare il mercato obbligazionario.
In Europa la situazione non è più semplice. Alla BCE, Christine Lagarde ammette apertamente che non esiste una risposta predefinita a uno shock energetico di questa portata. I modelli dell’Eurotower stimavano che un aumento del petrolio del 14% e del gas del 20% avrebbe aggiunto mezzo punto percentuale all’inflazione. Gli aumenti osservati nelle ultime settimane sono già molto superiori.
Il rischio, avvertono diversi analisti, è che i prezzi dell’energia si trasformino in una vera tassa sull’economia reale. Paesi industriali già fragili, come la Germania, potrebbero scivolare in una recessione profonda trascinando con sé l’intera area euro.
Anche la Bank of Japan si trova in un territorio sconosciuto. La crescita salariale – finalmente tornata positiva – rischia di alimentare un’inflazione importata se il petrolio continuerà a salire e lo yen resterà debole. In questo contesto la banca centrale giapponese appare di fatto immobilizzata.
Infine la Cina. Prima ancora della guerra, la People’s Bank of China si muoveva su un terreno delicato, tra crescita debole e crisi immobiliare. Ora il rischio di inflazione importata complica ulteriormente il quadro.
Il risultato è un paradosso: nel pieno di uno shock globale, quasi tutte le principali banche centrali sembrano avere lo stesso problema. Non hanno un manuale operativo per ciò che sta accadendo.


