Africa: la crisi dimenticata in Sahel: perché i militari italiani rimarranno in Niger nonostante la Russia

Il Sahel, un’area strategica “dimenticata” a favore di Gaza e Ucraina, rischia di esplodere. I jihadisti di JNIM e ISGS si espandono tra Mali, Burkina Faso e Niger

 

L’offensiva israeliana a Gaza e il conflitto in Ucraina, seppur oggi relegato alle notizie di Serie B dai media italiani, hanno drenato l’attenzione dell’opinione pubblica e la già scarsa propensione a interessarsi alle questioni di politica estera. Ci sono, però, anche altri teatri strategici, dove sta accadendo di tutto e in cui peraltro i nostri militari sono coinvolti. In particolare il Niger, dove è stanziato un contingente italiano (l’unico occidentale autorizzato al momento dalla Giunta al potere). Gli altri rimasti finora, i soldati statunitensi, sono stati recentemente invitati a lasciare subito la Nazione del Sahel e N’Djamena per velocizzare l’iter ha deciso di ospitare truppe russe nella stessa base di quelle americane (in un hangar separato ma nello stesso compound). La notizia ha fatto subito il giro del mondo e suscitato forti preoccupazioni circa probabili escalation nel caso i due contingenti entrino in contatto o se avvengano incidenti (involontari o provocati).

 

N’Djamena può fare affidamento sulle truppe russe solo parzialmente

 

Ma perché ai militari italiani è stato chiesto di rimanere e, anzi, di riprendere l’addestramento dei soldati nigerini? La risposta è semplice: le forze locali hanno realmente bisogno di essere addestrate urgentemente nelle attività anti-terrorismo. I jihadisti del JNIM (formazione legata ad al-Qaeda) e di ISGS (branca locale dello Stato Islamico) stanno espandendo la loro presenza e le attività nel “triangolo maledetto”, cioè nell’area tra i confini di Mali, Burkina Faso e Niger. Lo stanno facendo al pari delle proteste e delle ribellioni dei Tuareg, che non riconoscono i governi locali. Inoltre, recentemente è scoppiata una crisi diplomatico-economica tra N’Djamena e il Benin, dopo che quest’ultimo ha improvvisamente bloccato l’export di petrolio nigerino a seguito di una disputa sui confini. Non solo. I militari russi (forze regolari e istruttori del gruppo Wagner) sono troppo pochi e con risorse limitate per offrire vantaggi reali sia a livello tattico sia addestrativo, come confermano le periodiche vittorie di Pirro in Mali dove i territori riconquistati vengono persi nuovamente appena dopo poche ore. Inoltre, l’agenda di Mosca non sempre coincide esattamente con quella nigerina. Di conseguenza, come avviene in tutte le aree del Sahel dove sono presenti (a eccezione della Repubblica Centrafricana), i soldati russi sono considerati più quali una sorta di Guardia Presidenziale, che protegge la Giunta locale da possibili nuovi tentativi di golpe e che, solo periodicamente, interviene a sostegno delle forze locali.

 

Perché i militari italiani sono fondamentali per il Niger

 

I militari italiani, invece, sono da oltre 20 anni specialisti delle attività di addestramento. Tanto che nei primi anni 2000 il loro expertise era riconosciuto da un mostro sacro come il Generale David Petraeus, che adottò il “modello italiano” in Iraq e in Afghanistan all’interno della sua famosa dottrina. Inoltre, c’erano già attività di formazione in corso (congelate immediatamente dopo il golpe) prima che la Giunta salisse al potere, grazie alla missione MISIN. Di conseguenza, i nostri soldati conoscono bene le controparti locali, dalle quali hanno ottenuto diversi attestati di stima per le attività svolte. Le truppe russe, invece, non hanno dimestichezza con la lingua, con il territorio, con gli usi locali e soprattutto con il modo di ragionare dei soldati nigerini. A ciò, si aggiunge un elemento decisivo: a differenza degli altri contingenti europei (quello francese in primis), i nostri soldati non hanno mai adottato atteggiamenti “colonialisti” verso la popolazione e le autorità locali (modus operandi come subordinare donazioni di materiale all’esaudimento di richieste o operare sul territorio autonomamente senza considerare “i padroni di casa”. Di conseguenza, i militari italiani non hanno mai avuto attriti con le autorità localo. Anzi. In più di un’occasione è stato chiesto ai nostri comandanti di intervenire per disinnescare querelle tra N’Djamena e le forze internazionali.

 

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