Difesa: per il dopo-Caselle, il rischio è quello di una cyber security non all’altezza della situazione

Si sta delineando meglio il rischio dell’offensiva anti-militarista dopo la tragedia di Caselle. La preoccupazione maggiore non riguarda tanto il pericolo di manifestazioni davanti a Comandi e basi delle FFAA italiane e dell’Alleanza Atlantica, quanto piuttosto la possibile inadeguatezza nel campo della cyber security per eventuali attacchi di hacker. E al Ministero della Difesa si vuole ora correre ai ripari per poter essere in grado di fronteggiare e sgominare sul nascere i prevedibili attacchi da parte delle formazioni più agguerrite della sinistra antagonista e anarcoinsurrezionalista. Perché gli inviti alla mobilitazione lanciati in rete da media on line come INFOAUT (vedi Sassata di ieri) non possono certo passare sotto silenzio.
Così, l’interrogativo che rimbalza tra i corridoi di via XX Settembre e gli Stati Maggiori, è molto specifico: i nostri apparati militari sono adeguati a fronteggiare le incursioni degli hacker “ideologizzati” o comunque al servizio dell’ultrasinistra e di possibili terroristi italiani e stranieri particolarmente attrezzati per rendere inutili i meccanismi esistenti in tema di cybersecurity?
Qui la risposta è complessa, perché se è vero che qualche forza armata ha bruciato autonomamente (e per tempo) le tappe nella realizzazione di strutture particolarmente sofisticate, non altrettanto si può dire delle scelte operate dallo SMD. E in particolare dal VI Reparto, attualmente guidato dal generale di divisione Giovanni Gagliano, che partecipa a tutti i saloni e alle altre manifestazioni di presentazione delle novità in campo cybersecurity, ma poi indirizza le scelte verso fornitori che non sembrano all’altezza delle esigenze più sofisticate.
Agguati delle solite malelingue? Possibile, ma resta il fatto che le critiche ci sono e in un momento delicato come questo non fanno certo il bene delle FFAA.
Vediamo comunque quali sono le minacce antropiche e cibernetiche sulle quali si stanno concentrando le attenzioni dell’AISI e dell’AISE.
Nel primo ambito, le sigle più attive sono del FAI/FRE italiana (già responsabile di attacchi a infrastrutture militari della nostra nazione) e PALESTINE ACTION (britannica, ma con diramazioni europee) specializzata in attacchi contro industrie del comparto Difesa legate ad Israele. Entrambe uniscono forti sentimenti anti-militaristi ad una marcata polarizzazione ideologica. Inoltre, possono contare sul sostegno di formazioni complementari, quali quelle ambientaliste e pacifiste, presenti e attive in tutto il Continente, Italia compresa.
In campo cibernetico, i movimenti antagonisti e anarchici hanno tra i loro supporter esperti italiani e stranieri del settore ICT, che vengono tradizionalmente impiegati per proteggere la loro formazione e gli aderenti (in particolare nelle comunicazioni), nonché in campagne mirate contro target locali o internazionali (in collaborazione con gruppi stranieri). Hanno capacità tecniche di livello elevato e sono ben inseriti nell’underground degli hacker. Di conseguenza, possono agevolmente accedere a tool e ad informazioni aggiornate, utili per le loro attività. A loro si aggiungono le formazioni hacker internazionali, che potrebbero cercare di sfruttare la situazione per effettuare attacchi verso infrastrutture critiche sul territorio italiano. In particolare, vengono segnalati i gruppi hacker volontari pro-Russia e quelli cinesi.
Può bastare o c’è bisogno di altro per smuovere gli elefanti di via XX Settembre?

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