
Europa a caro prezzo: la CO₂ come tassa occulta sull’industria italiana
Non c’è’ nulla da fare: l’Unione Europea si conferma essere uno dei principali ostacoli alla tenuta della competitività del sistema industriale italiano.
L’energia e’ un caso emblematico: nel primo quadrimestre 2026 i prezzi medi zonali italiani, si si sono attestati tra 122 e 128 €/MWh,circa il doppio della Francia, il triplo della Spagna che possono beneficiare del nucleare nel mix energetico (nel caso spagnolo anche di un cospicuo di GNL importato da Mosca).
Anche la Germania non se la passa benissimo, pur stando un po’ meglio di noi. Ma lì almeno il Tafazzi energetico ha nome e cognome: uscita dal nucleare, dipendenza dal gas, ideologia verde trasformata in politica industriale al contrario. Noi, invece, abbiamo aggiunto al danno domestico la beffa europea.
Il meccanismo di sterilizzazione degli oneri ETS nel termoelettrico, previsto dall’articolo 6 del DL Bollette, sembrava aprire uno spiraglio: ridurre strutturalmente il prezzo italiano dell’elettricità, evitando che il costo della CO2 si scaricasse integralmente sul prezzo marginale anche quando produce rendite improprie.
Ma le recentissime novità sugli aiuti di Stato Ue sembrano andare nella direzione opposta: Bruxelles difende il “segnale di prezzo della CO2” come un dogma intoccabile della transizione energetica. Guai a sterilizzarlo, guai a correggerne gli effetti distorsivi, guai a mettere mano a un meccanismo che sta trasformando la decarbonizzazione in una tassa permanente sulla competitività manifatturiera.
Risultato: continueremo a pagare i permessi CO2 anche a chi non ne sostiene davvero il costo. E continueremo a pagare l’energia come se fosse generata tutta col gas per gran parte dell’anno.
Poi ci stupiamo se l’industria italiana arretra, e le imprese chiudono. L’Europa predica neutralità tecnologica, ma pratica accanimento regolatorio. E le imprese e famiglie italiane pagano il conto.
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