Nei giorni scorsi una fuga di notizie da parte delle solite fonti bancarie ha fatto titolare alcuni quotidiani – compreso quel Sole 24 Ore che più che rappresentare gli interessi dell’industria che lo edita è già pronto a consegnarsi nelle mani di Elkann – su un presunto aumento di capitale da un miliardo e mezzo mediante ricorso a “mamma Cassa Depositi e Prestiti”.

C’è però chi ricapitalizza per evitare il fallimento o ripagare i debiti, e chi invece ricapitalizza per preservare le proprie leadership e poter continuare a crescere.
Fincantieri, se venisse confermata l’ipotesi, rientra nel secondo caso. E infatti, appresa la notizia, la Borsa, che è più furba dei giornalisti, non ha fatto registrare alcun tonfo nel titolo dovuto ad azionisti in fuga, a parte una lieve fisiologica flessione.

La vera domanda è: perché nessuno alza la mano quando CdP inietta risparmio postale in grandi aziende private super-indebitate, o ne salva altre dal fallimento, o distribuisce a pioggia i suoi interventi, ma tutti si preoccupano se invece fa il suo dovere di azionista di controllo in uno dei più grandi gruppi del Paese, di cui è fondamentale continuare a sostenere i progetti?

Fincantieri ha debiti sotto controllo, è in attivo, ha un portafoglio ordini record di circa 30 miliardi di euro che vede i suoi stabilimenti carichi di lavoro da qui ai prossimi anni. Con buona pace degli iettatori che già paventavano la cancellazione di ordini nel segmento cruise, che non si è verificata, a parte un inevitabile posticipo nelle consegne dovuto alla pandemia.

Inoltre, è il player navale di riferimento non solo per i grandi armatori, ma anche per la Difesa USA e per tante altre Marine estere, nonché per l’ingrata Europa con la sua Naviris (la joint venture tra Fincantieri e la francese Naval Group), tenendo oltretutto conto che dà lavoro ad oltre 20mila persone.

Quest’anno ha perfino ricostruito il Ponte di Genova in tempi record e ha allargato i suoi business oltre che nelle infrastrutture, anche nelle tecnologie smart, nella cybersecurity, nell’economia circolare e sostenibile e tanto altro ancora. E a giorni verrà annunciata l’acquisizione della Inso (Sistemi per le Infrastrutture Sociali SpA), altro salvataggio di un’eccellenza italiana targato Fincantieri.

Non ha i problemi di Leonardo (a partire da quelli giudiziari dell’Ad Alessandro Profumo) ed è l’ultimo avamposto manifatturiero nazionale a difesa non solo del Made in Italy, ma di uno sterminato indotto sul territorio che senza Fincantieri morirebbe.

Ma poiché un certo establishment politico-mediatico radical-chic nostrano, si sa, ama esercitarsi nell’arte dell’autolesionismo esterofilo, nell’attaccare i nostri campioni nazionali, ecco che un’operazione straordinaria che in altri Paesi verrebbe considerata ordinariamente necessaria (anzi positiva), suscita titoli al limite del torbido sui nostri quotidiani, compresi quelli economico-finanziari.

Ci sono anche altre ragioni. In fondo chi è bravo ha, per definizione, più nemici che amici.
E Giuseppe Bono, l’inossidabile capitano alla guida del colosso triestino da vent’anni, dopo altrettanti trascorsi alla scuola dei più grandi manager di Stato di cui lui è l’ultimo vero erede, di certo non è uno che le manda a dire. Negli anni, i suoi rivali li ha falcidiati tutti,
vedendo avvicendarsi, imperturbabile, governi di ogni tipo e colore. Ma in molti ci provano a farlo inciampare.

Che sia qualcuno dei suoi ex delfini, che sia qualcuno dei suoi omologhi nelle altre partecipate, che sia qualche ministro impaziente di veder liberata quella poltrona che fa gola a molti, o che sia qualche potenza straniera fomentata dai tanti competitor internazionali che non hanno gradito i successi a stelle e strisce di Bono e la sua abilità nel flirtare contemporaneamente anche con la Cina… Beh, la lista degli aspiranti eredi al trono è lunga.

E se Bono è un po’ come la nostra Regina Elisabetta, i suoi eredi sembrano tanti scoloriti principi di Galles in perenne quanto inutile attesa.

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Inviata (e infiltrata) speciale nelle situazioni più “scottanti”. Le sue inchieste ruotano principalmente intorno alla Rai e compagnia (poco) bella.

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