La “guerra del mare”, tra l’offensiva della Meloni e l’ipocrisia della Uil

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La difesa dei diritti dei marittimi italiani, portata avanti dall’armatore Vincenzo Onorato (Moby, Tirrenia, Toremar), finisce in Parlamento. L’iniziativa è della leader di “Fratelli d’Italia”, Giorgia Meloni, che è riuscita a far inserire tra i provvedimenti all’esame della Commissione Speciale della Camera “il decreto legislativo di attuazione della direttiva europea sui lavoratori marittimi”. Cioè la riforma del Registro Internazionale delle navi. Riforma resasi urgente dopo l’impantanamento dell'”emendamento Cociancich” a Bruxelles (grazie anche allo sconcertante disinteresse ostruzionistico del ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio). Nel consueto silenzio dei media, malgrado l’autorevolezza di un progetto portato avanti addirittura da uno dei vertici dello schieramento politico che ha raggiunto la maggioranza relativa alle recenti elezioni, non è comunque mancata la solita reazione ipocrita di parte sindacale. Ci ha pensato la Uiltrasporti, giudicando negativamente le modifiche proposte. “Non solo non farà aumentare l’occupazione dei marittimi italiani, soggetta ad una forte concorrenza – è la tesi del sindacato- ma verrebbero messi in discussione gli oltre 20mila posti di lavoro oggi occupati dai marittimi italiani su navi iscritte al Registro Internazionale e battenti bandiera italiana”. Tesi singolare, che naturalmente evita accuratamente di replicare a quanto spiegato dalla Meloni. E cioè che occorre approvare una legge che continui a prevedere agevolazioni fiscali solo per quelle compagnie di navigazione che imbarcano il 90 per cento di personale italiano. Perché non è possibile – spiega la leader di “Fratelli d’Italia” – che 8 marittimi su 10 sulle navi italiane siano stranieri e che queste compagnie ricevano addirittura dei cospicui aiuti dallo Stato, nonché lo sgravio totale dei contributi INPS. Il che “mette fuori gioco i nostri marittimi in favore di personale extra-comunitario sottopagato. Per noi che difendiamo il lavoro italiano -conclude la Meloni – è solo concorrenza sleale”. Già, ma cosa può mai interessare questa argomentazione a chi si è visto fino ad oggi garantire lo stesso contributo di 190 euro l’anno, sia dai marittimi italiani o comunitari che da quelli extra-comunitari sfruttati e sottopagati? Proprio niente. Appunto.

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