I disastri di Labriola e il caos chiamato TIM fanno tremare parecchi polsi a Palazzo Chigi

Se cercate i fedelissimi di Pietro Labriola tra i corridoi di Tim non ne troverete più nessuno. Da poche ore sono spariti, evaporati, imboscati. Meglio non farsi vedere in giro. Sì perché le prime linee dell’amministratore delegato della compagnia telefonica hanno annusato l’aria di disfatta e si vocifera che i più furbi stiano già cercando altri lidi, o comunque un rifugio lontano dall’uragano che si sta abbattendo su Tim, Eugenio Santagata incluso. Del resto a poco più di sei mesi dall’accordo per la vendita a KKR il titolo ha perso in borsa il 30% del suo valore, un tonfo cristallizzato con la presentazione di un piano industriale che proprio non è piaciuto ai mercati. Dall’ultimo banker di Piazza Affari agli speculatori degli hedge Fund tutti hanno messo il cartello vendesi al titolo di Tim. E, quando si è toccato il profondo rosso, neanche a dirlo qualcuno ne ha approfittato comprando a prezzi stracciati, a incominciare dal fondo Merlyn di Alessandro Barnaba che ha in mente una lista alternativa con Stefano Siragusa ad. Ma non è l’unico movimento in avanti, perché c’è anche Francesco De Leo che avrebbe la soglia minima (0,5%) per presentare una propria lista all’assemblea del 23 aprile in cui verrà rinnovato il consiglio di amministrazione. De Leo, molto attivo assieme ad alcuni imprenditore, sta organizzando proprio in questi giorni una serie di incontri con investitori pronti a mettere un chip sul suo progetto.
Sta di fatto, dunque, che le liste da presentare potrebbero essere ben tre. E la domanda che fa tremare i polsi è: con chi votano i francesi di Vivendi che hanno il 24% dell’azienda? I polsi sono di Palazzo Chigi che prima ha spedito Labriola in Francia per tenere buono Bollorè, l’uomo che medita vendetta dopo lo schiaffo della vendita a KKR, ma l’ad è tornato a Roma senza alcun risultato ottenuto. Poi ha deciso di occuparsene direttamente perché la situazione si sta complicando di ora in ora. Insomma, la coppia Caputi-Fazzolari ha messo in panchina Labriola per instaurare un dialogo più diretto con i francesi sul tema dell’assemblea e del futuro della società, tentando di sedurre magari utilizzando un compratore istituzionale come – ad esempio – Poste. Vivendi, ca va sans dire, tutto è tranne che collaborativa, la ferita del blitz in cda per la vendita della rete è fresca e il colosso parigino è intenzionato non solo a continuare la battaglia legale con una possibile azione di responsabilità nei confronti dei consiglieri di amministrazione e con un ricorso all’antitrust europeo, ma anche appoggiando una lista diversa da quella presentata da Labriola. Per ora il presidente del Consiglio resta silente a guardare da vicino senza intervenire, anche se con grande preoccupazione. Le domande su come tutto questo sia stato gestito finora iniziano a gonfiarsi. Da qui all’assemblea manca solo un mese, ma può ancora succedere di tutto.

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