Trasporti: quello “scarico di responsabilità” che paralizza i porti; il “J’accuse!” di Monti (PA)

Meglio non firmare nulla, non sbloccare un singolo lavoro,gestire l’ordinaria amministrazione ed essere ben pagato, oppure rischiare ogni giorno un avviso di garanzia o peggio, sapendo di non poter condividere le proprie scelte e specialmente le proprie responsabilità con nessuno e specialmente con quello Stato che ti lascia puntualmente solo sulla linea del fronte?

Sembra una domanda pleonastica. È invece il riflesso della realtà della cosiddetta “governance” dei porti italiani, ovvero di quel ganglio vitale attraverso il quale transita oltre l’80% delle esportazioni e delle importazioni del sistema Paese e dai quali dipende quindi l’efficienza e la competitività di tutta l’economia italiana.

E per la prima volta un j’accuse contro lo Stato arriva proprio da uno dei manager ai quali il Ministro Delrio, nel bel mezzo delle farneticazioni lessicali che hanno trasformato i porti e i loro Enti di Governo in lunghissime allocuzioni del tipo “Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sicilia Nord occidentale”, ha affidato la gestione dei porti del Paese. A parlare è Pasqualino Monti, già estensore di due libri sulla solitudine dei manager pubblici abbandonati in balia della più becera delle burocrazie ministeriali e quindi uno sulle potenzialità inespresse, e tali resteranno, del Mezzogiorno d’Italia da questa burocrazia condannato al degrado, all’emarginazione e alla schiavitù rispetto alle malavite organizzate.

In una lunga lettera aperta Monti ha denunciato quello che tutti, o forse pochi, sanno ma di cui nessuno osa parlare, puntando il dito contro quel meccanismo perverso che nellagestione delle cose pubbliche premia sempre e comunque chi non si assume responsabilità (e anche nei porti sono la maggioranza) rispetto a chi fa e rischia. Con l’effetto ancora più perverso di lasciare la principale risorsa strategica del Paese, per l’appunto i porti, in mano a incapaci, governati da funzionari ministeriali incollati alla loro poltrona, grazie al collante di amicizie politiche altrettanto inamovibili e in grado (come avviene ad esempio quotidianamente nel grande buco nero del Ministero dell’Ambiente) di paralizzare tutto e specialmente di negare il futuro a intere aree e regioni del Paese.

Monti, è il caso di ricordarlo, è il manager che ha trasformato Civitavecchia da un piccolo scalo per i traghetti delle Ferrovie dello Stato nel più importante porto crociere del Mediterraneo e che, nella carica attuale di presidente di Palermo, ha riattivato in quattro anni cantieri, sbloccando fondi e lavori fermi da decenni per un valore di oltre 500 milioni, ha cambiato il volto dei porti della Sicilia occidentale, ha attirato alcuni fra i più importanti gruppi marittimi internazionali a investire e, dulcis in fundo, ha trasformato il bilancio dell’Ente da un passivo di un milione, a un utile di 36 milioni.

Ebbene Monti, manager anomalo, a Civitavecchia colpito da cinque avvisi di garanzia e poi scagionato in toto, ha preso spunto, o meglio ha dato fuoco alle polveri, da una sentenza che definisce surreale: “poi succede – afferma nella sua lettera – che una sentenza surreale faccia scattare quella molla che ti costringe a esternare situazioni e fatti che solo a una lettura superficiale possono non sembrare di interesse generale ma che in realtà sono la testimonianza tangibile di un problema reale e non più occultabile. La sentenza riguarda Giovanni Novi, ex presidente del porto di Genova: a lui non è bastato l’incubo giudiziario vissuto anni fa, vittima del circo giudiziario-mediatico, ovvero della devastante trafila imputato-arrestato-scagionato, concluso in una bolla di sapone con una sentenza in Cassazione che ha demolito ogni addebito “perché il fatto non sussiste”. Non è stata sufficiente quell’esperienza disumana che ha macchiato carriere, posizioni economiche, reputazione, rapporti familiari e sociali. Novi, anziché venire risarcito per i danni morali subiti, per la sua figura ingiustamente infangata in anni di calvario, è stato condannato a pagare le ingenti spese legali. Spese che, per logica, avrebbe dovuto sostenere l’Ente portuale, visto che i fatti di cui era stato ingiustamente accusato si erano svolti nell’esercizio della sua funzione di presidente dello scalo. Invece l’Avvocatura dello Stato ha interpretato la sua carica – solo al momento del risarcimento – come onoraria”.

Ed è così che i super manager al quale lo Stato affida i suoi porti, si trasformano in presidenti di una Bocciofila, o alla meglio di un Circolo del bridge.

“Peccato – sottolinea Monti – che questi presidenti onorari, rischino in prima persona tanto, o meglio, rischino se vogliono fare qualcosa come servitori dello Stato”.

Uno Stato che, mentre regola il pantouflage – il passaggio di dipendenti dal settore pubblico a quello privato, fenomeno ormai fisiologico in un mercato del lavoro caratterizzato da estrema fluidità e mobilità – riducendone i vincoli per i parlamentari/ministri a un solo anno, per i presidenti delle Autorità di Sistema Portuale va in direzione opposta, vincolando la loro mobilità professionale al termine surreale di tre anni.

E in fondo è normale, visto che lo Stato nega alle Autorità portuali qualsiasi autonomia amministrativa e finanziaria, fondamentale nella gestione di una delle aziende più complesse, e più strategiche, dello Stato e lascia il Presidente (quello che dovrebbe essere un super-manager) completamente solo. Alcuni esempi:

Nelle Autorità di Sistema Portuale, così come nelle imprese portuali, si applica il Contratto Collettivo Nazionale dei Lavoratori portuali che è di natura privatistica, ma ciò non accade per il presidente. Con il paradosso che questo presidente, caricato di tutte le responsabilità, guadagna meno, e ha minori tutele e coperture, di un suo dirigente: per quest’ultimo il contratto CIDA, Confederazione Italiana Dirigenti e Alte Professionalità, prevede uno stipendio teoricamente senza limiti di legge nell’ambito del contratto degli industriali.

Non solo: dal 1994 fino al 2016 il segretario generale di un ente portuale – a sua volta protetto dal contratto da dirigente CIDA – era ufficialmente organo dell’Autorità, caratterizzato da un potere e da responsabilità statutarie che sono stati cancellati con l’ultima riforma,concentrando sul solo presidente le responsabilità e vietandogli anche qualsiasi forma di delega.

E se il presidente non è presente anche quanto deciso dalle sedute di commissione consultiva a quelle dell’Organismo di partenariato viene invalidato. 

Monti invita quindi a uscire dall’ipocrisia e lo fa busta paga alla mano: duecentotrentamila euro lordi annui sono pochi rispetto all’intensità e alle difficoltà del lavoro e delle responsabilità, nonché nel confronto con quanto percepiscono gli amministratori delegati delle aziende di Stato. Il presidente “che si è scoperto onorario” al contrario dei suoi dirigenti e del suo segretario generale“irresponsabili”, si paga tutto da solo, dall’abitazione, ai viaggi, alle assicurazioni, sino alla previdenza.

Non usufruisce del Fasi e di Assidai per l’assistenza sanitaria integrativa, pagati dall’Ente a tutti i suoi dipendenti, che si fa carico anche, per legge, di una quota parte della previdenza complementare. Il presidente è considerato un collaboratore senza diritto ai contributi se non a quelli previsti dalla gestione separata con ciò che questo comporta ai fini pensionistici.

Non gli spetta neppure il rimborso di eventuali spese legali, anche quando una sentenza sancisce che “il fatto non sussiste”.

E allora si scopre che la sua retribuzione è nettamente inferiore a quella di gran parte della burocrazia ministeriale a rischio zero, che se si assume responsabilità, lo fa perché gli piace il rischio, che non viene valutato in base alle sue azioni, al suo fare, perché allo Stato questo non interessa.

Spiegatemi – conclude Monti – perché alle condizioni capestro che ho appena descritto, dovrei assumermi la responsabilità – enorme – di dragare un porto, di realizzare una grande infrastruttura, di promuovere e portare il mercato ad investire nei porti di mia competenza, perché dovrei firmare atti di concessione demaniale, perché dovrei preoccuparmi della operatività e della sicurezza degli scali, perché sbattermi per convincere gli armatori a portare le proprie navi nei nostri porti.

Se la carica è “onoraria” allora la legge si contraddice nel momento in cui assegna compiti e funzioni in modo errato. Meglio non firmare, meglio lasciare i porti così come sono e percepire l’intero compenso da presidente onorario, ossia senza far nulla come avviene per molte cariche nel nostro Paese! 

Quella che lo Stato ha adottato è una formula perversa: perseverare in questa direzione – conclude uno, se non l’unico, manager che ha risanato porti e realizzato opere strategiche – avrà come risultato non un risparmio per lo Stato, ma l’affidamento dei porti e, più in generale della macchina pubblica, a una folta schiera di incapaci.

“A Palermo – conclude Monti – abbiamo trasformato il porto in uno spazio non più sconosciuto e da evitare ma in un luogo amato e vissuto da cittadini e turisti nonché in una piattaforma merci che svolge il suo ruolo economico e sociale al servizio di una comunità di 2,5 milioni di persone. E tutto questo non si improvvisa, non è un incarico onorario, ma è un onore, carico di responsabilità, sacrifici e rischi personali, per il quale un servitore dello Stato non può essere lasciato solo”.

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