1.500 miliardi. Non è uno stimolo. È una dichiarazione di guerra.

1.500 miliardi. Non è uno stimolo. È una dichiarazione di guerra.

08 gennaio 2026

L’annuncio di questa notte da parte del presidente americano Donald Trump di aumentare le spese nella Difesa di 1.500 miliardi di dollari nel 2027 non rappresenta una mera manovra economica. È un bilancio da tempo di guerra. Punto.

Nessun Paese aumenta la spesa pubblica di quella entità se non ha già deciso di rompere strutturalmente con il proprio avversario strategico. Nel caso americano, l’avversario è la Cina. E quando Washington prende questa decisione, Pechino non discute: reagisce, accelerando il decoupling, cioè la separazione forzata delle catene industriali, tecnologiche e finanziarie.

Trump non bluffa. Trump performa. Recita una parte per produrre effetti reali.

È per questo che in Venezuela agisce con schiacciante superiorità, senza negoziati né mediazioni multilaterali. È per questo che bombarda Fordow, il sito nucleare iraniano sotterraneo, usando i B-2, bombardieri strategici stealth capaci di penetrare qualsiasi difesa, decollati direttamente dal Missouri.

La narrazione del “vogliamo preservare il commercio globale” serve solo a guadagnare tempo. È una patina. Quando il costo di mantenerla supera i benefici, viene strappata senza esitazioni.

Nel frattempo Washington si pre-posiziona. Si prende gli swing producer energetici — Paesi capaci di aumentare rapidamente la produzione di petrolio — come il Venezuela (e domani l’Iran), che oggi riforniscono Pechino. Allunga le mani su territori-cuscinetto strategici come la Groenlandia, cruciale per rotte artiche, difesa missilistica e materie prime critiche.

Qui entra in scena il famigerato TACOTrump Always Chickens Out, “Trump si tira sempre indietro”. Una favola. Non è ritirata: è diluizione del tempo. Ogni giorno guadagnato è un asset messo in sicurezza.

La Cina vede la scacchiera meglio di Wall Street, ma resta paralizzata. Perché all’inizio una cosa era impossibile da stimare: la tolleranza americana al rischio.

Da qui:

  • l’immobilismo sui dazi,
  • il silenzio mentre cadevano presunti “alleati”,
  • l’imbarazzo sugli H200 (chip avanzati per intelligenza artificiale bloccati all’export),
  • la confusione sul caso Nexperia, azienda tecnologica olandese finita nel tritacarne della sicurezza nazionale.

Eppure era tutto scritto. Ora il conto arriva.

L’USMCA — l’accordo commerciale tra Stati Uniti, Messico e Canada che ha sostituito il NAFTA — verrà messo sotto pressione. Il Vietnam tornerà improvvisamente a essere “un problema”. Le tariffe verranno “riviste” perché Washington scoprirà — fingendo stupore — che la Cina continua a far transitare enormi volumi di export aggirando i blocchi.

Poi toccherà al cuore del sistema:

  • la liquidità in dollari,
  • le linee di swap tra banche centrali (prestiti di emergenza in valuta),
  • la distribuzione selettiva dell’ossigeno finanziario.

Nel frattempo, gli elettori americani verranno comprati a peso d’oro in vista delle midterm, le elezioni di metà mandato che decidono il controllo del Congresso.

E la stampa europea? Continuerà con il disco rotto: Trump pazzo, nessuna strategia, americani folli.

Chi non lo pensa? Xi Jinping. Perché magari crede troppo nel suo sistema, ma almeno la storia l’ha letta.

Questa non è la caduta di Roma. È il passaggio dalla repubblica all’impero.

Trump non riforma la difesa: la assorbe.
Non negozia con i dirigenti industriali: li subordina.

Sta costruendo un’economia di comando in tempo di guerra, senza dichiarare formalmente la guerra.

È una prova generale:

  • prima la difesa,
  • poi l’energia,
  • poi l’IA (intelligenza artificiale),
  • poi la sanità.

Il capitale resta formalmente privato, ma lo Stato detta:

  • tempi,
  • flussi,
  • narrativa.

Buyback (riacquisti di azioni) vietati.
Dividendi condizionati.
Salari plafonati.
Produzione obbligatoria.
Tempo compresso.

È la fine dell’allineamento degli incentivi e l’inizio della conformità imposta.
Dalla persuasione al controllo.
Da “rendere grande la difesa” a “ora lavorate per me”.

Trump ha superato la linea.
E lo ha fatto perché sa che esercito, mercati e opinione pubblica obbediranno.
Abbastanza da bastare.

Il cesarismo americano non inizia con i carri armati.
Inizia con un ordine sui flussi di cassa.