Dopo l’attacco USA/Israele, gas sotto shock ed Europa scoperta

Dopo l’attacco USA/Israele, gas sotto shock ed Europa scoperta

03 marzo 2026

Le risposte europee alla guerra nel Golfo Persico rischiano di essere divise e poco efficaci, come prevedibile. Ma il conflitto non è lontano. Sta già producendo effetti economici – e potenzialmente politici – nel cuore dell’Unione.

Se il petrolio ha registrato un rialzo dopo l’inizio dei raid, è il gas europeo ad aver subito il contraccolpo più violento. I prezzi sono balzati di circa il 50% in una sola seduta dopo che il Qatar ha fermato la produzione. Parliamo di uno dei maggiori esportatori mondiali di GNL, responsabile di circa un quinto dell’offerta globale.

L’Europa non dipende in modo diretto in misura massiccia dal gas qatariota. Il problema è indiretto: Paesi come Cina e Giappone, fortemente esposti, dovranno cercare volumi alternativi se lo stop dovesse protrarsi. Questo significa competizione globale per le molecole disponibili.

Il contratto olandese ha toccato i 55 €/MWh stamane contro i 32 € precedenti ai bombardamenti. Siamo lontani dai picchi del 2022, quando le forniture via pipeline dalla Russia si interrompevano progressivamente dopo l’invasione dell’Ucraina. Ma si tratta comunque del livello più alto dell’ultimo anno.

Il vero nodo è la vulnerabilità strutturale. Le riserve europee sono attorno al 30%, contro una media quinquennale del 45%. In Germania, primo consumatore del continente, siamo sotto il 21%. L’Europa è entrata nell’inverno con stoccaggi inferiori per evitare di pagare troppo il riempimento nella scorsa primavera ed estate. Una scelta che allora appariva razionale. Ma il rischio di uno shock lato offerta era evidente. E oggi il conto arriva.

I timori sull’offerta si stanno traducendo in un premio delle consegne estive rispetto a quelle invernali in tutta Europa. In Italia, al PSV, lo spread è di circa 10 euro/MWh. Il che significa che, se la situazione in Medio Oriente perdurasse, sarebbe necessario incentivare i trader allo stoccaggio per il prossimo inverno (circa 10 miliardi di metri cubi), mettendo sul piatto incentivi per circa 1 miliardo di euro.

In Germania la questione è già politica. La decisione di non sostenere il riempimento degli stoccaggi è stata una delle mosse più visibili del ministro dell’Economia Katherina Reiche, ora chiamata a rispondere davanti al Bundestag. Affrontare la fase finale dell’inverno con riserve ridotte e un’interruzione rilevante dell’offerta è un problema concreto. E lo sarà anche per il prossimo ciclo di riempimento, se la crisi dovesse protrarsi.

Il gas è solo il sintomo. Il vero tema è la fragilità di economie aperte, esposte a shock geopolitici che non controllano. Un fornitore di LNG che si ferma, un partner commerciale che diventa ostile: basta poco per riaccendere la volatilità. E l’Europa, ancora una volta, subisce più di quanto incida.