2026: l’anno dei confronti, non delle soluzioni

2026: l’anno dei confronti, non delle soluzioni

02 gennaio 2026

Il 2026 si apre come una rissa globale senza arbitro. Proteste e morti in Iran, con Teheran che offre armi avanzate in cambio di criptovalute, segnale plastico di un sistema di sanzioni ormai bucato. Hamas riceve un ultimatum di due mesi da Israele e Stati Uniti per disarmare. Hezbollah viene messo alle strette da Egitto, Qatar e Turchia. Lo Yemen chiude l’aeroporto. Il Somaliland nega di voler ospitare basi israeliane o accogliere i gazawi.
Non è una crisi: è un inventario.

Sul fronte asiatico, Cina e Taiwan testano nervi e radar. Un drone dell’Esercito Popolare arriva a lambire il Taipei 101. Il presidente Lai promette più difese. In Giappone, Takaichi chiede un faccia a faccia con Donald Trump. L’Indo-Pacifico smette di essere una formula diplomatica e torna a essere un fronte.

L’Europa proclama di non essere alla mercé delle Grandi Potenze, mentre Washington manda stagisti locali in Groenlandia: simboli piccoli, messaggi enormi. In America Latina, Pechino non arretra. La Russia chiede agli USA di non inseguire una petroliera sanzionata verso il Venezuela; Caracas arresta cittadini americani. Il petrolio torna a essere geopolitica allo stato puro.

Poi c’è il commercio, che oggi è politica industriale mascherata. Un magnate canadese dell’acciaio invoca protezionismo. Pechino alza dazi sulla carne bovina. Washington rinvia tariffe su alcuni mobili e alleggerisce quelle sulla pasta italiana. Non è incoerenza: è guerra selettiva, a colpi di codice doganale.

Quello che emerge è un mondo “tutti contro tutti”. Gli schemi saltano, le alleanze occidentali scricchiolano, il vaso di Pandora è già rotto. Trump non ha chiuso nessun conflitto — Russia e Medio Oriente in testa — mentre nuove faglie si sovrappongono: Groenlandia, Taiwan, Corno d’Africa, Venezuela. Finora le grandi potenze hanno evitato lo scontro diretto. Ma quanto può durare? Sul Venezuela, Mosca e Pechino lasceranno davvero campo libero a Washington?

Il timore è semplice e scomodo: il 2026 non sarà l’anno delle soluzioni. Sarà l’anno dei confronti.