
Il vero scandalo Ilva: la giustizia che ferma l’industria
Accantoniamo per un attimo le gestioni fallimentari di Carlo Calenda e Adolfo Urso. Il disastro Ilva ha una radice ancora più grave, e non è politica: è giudiziaria.
L’altoforno 1 di Taranto è sotto sequestro dal 7 maggio, a soli fini probatori, per un incidente che non ha causato alcuna lesione personale. Da allora sono passati otto mesi. Otto. Per accertamenti tecnici che, in qualunque Paese industriale serio, si chiudono in 30–60 giorni.
Qui no. La Procura di Taranto tiene fermo l’impianto come se fosse una scena del crimine permanente. Nessuna urgenza, nessuna proporzionalità, nessuna consapevolezza dell’impatto sistemico. Produzione bloccata, filiera paralizzata, credibilità industriale evaporata.
In quale Paese del mondo succede una cosa del genere? E quando è mai successo, anche in Italia, che un asset strategico resti congelato per mesi per un sequestro “probatorio” senza vittime?
Qui non siamo davanti alla tutela della legalità. Siamo davanti alla sospensione dello Stato industriale. E quando la giustizia smette di misurare le conseguenze, diventa essa stessa un fattore di distruzione.


