
Bulgaria, il segnale che Bruxelles non vuole leggere
La narrativa dominante si è concentrata sulla sconfitta di Viktor Orbán. Molto meno rumore, invece, sulla vittoria larga di Rumen Radev in Bulgaria. Eppure il dato è politico prima che elettorale: con circa il 44,6% dei voti e una possibile maggioranza assoluta, Radev ottiene il mandato più forte dal 1997, l’anno che aprì a UE e NATO. Oggi, quel consenso segnala qualcosa di diverso: non un’uscita dall’Europa, ma una crescente insofferenza verso come l’Europa funziona.
Ridurre il voto a una deriva “filo-russa” è un errore analitico. Radev ha posizioni pragmatiche su Mosca e ha criticato sanzioni e invio di armi a Kiev, ma non è assimilabile a Orbán o all’Alternative für Deutschland. È più vicino al populismo mainstream europeo: quello che non cambia campo, ma contesta le policy. In questo senso, somiglia più a Andrej Babiš o Bart De Wever che ai veri outlier.
Il punto è un altro. Le elezioni in Ungheria e Bulgaria sembrano divergenti, ma rispondono alla stessa dinamica: voto contro gli incumbents. Inflazione, potere d’acquisto, corruzione. La politica europea oggi non è una marcia della destra né una ritirata dell’estrema destra. È una sequenza di scosse contro governi percepiti come inefficaci. Il consenso si sposta, ma la direzione non è ideologica: è funzionale.
Questo ha implicazioni dirette per Bruxelles. Le politiche su Russia e Ucraina difficilmente cambieranno nel breve: i nuovi leader non rompono il quadro, lo stressano. Ma ogni elezione aggiunge attrito. E l’attrito, nel tempo, diventa vincolo. Il rischio non è un ribaltamento improvviso della linea europea. È una lenta erosione della capacità decisionale, proprio mentre lo shock energetico e geopolitico richiederebbe coesione.
Il messaggio che arriva da Sofia è semplice: l’Europa non sta perdendo pezzi per ideologia, ma per performance. Ignorarlo è l’errore più costoso.


