
IRAN, IL REGIME NON DECIDE: REAGISCE
Il nodo non è Teheran. Il nodo è chi decide davvero. Il controllo operativo è nelle mani dell’Islamic Revolutionary Guard Corps: distribuito, frammentato, competitivo.
Qui sta l’errore. L’Iran non è un attore centralizzato. Ha scelto la frammentazione come difesa: meno vulnerabile agli shock, ma senza una linea unica. Non c’è una strategia. Ce ne sono più d’una.
Da una parte i pragmatici, interessati a negoziare per salvaguardare il regime. Dall’altra gli oltranzisti, che usano il conflitto come leva interna. Logiche incompatibili nello stesso perimetro di potere.
È in questo spazio che si inserisce Donald Trump. Non negozia con “l’Iran”, ma con una sua componente. Il punto è che chi firma non è detto che possa far rispettare.
La propaganda ha costruito una narrativa di vittoria. Quando si incrina, genera rigetto. Non adattamento. E nei sistemi frammentati il rigetto diventa azione.
Per questo vediamo segnali divergenti anche a Hormuz: aperture e frizioni insieme. Non incoerenza. Competizione interna.
Il problema non è l’accordo. È l’esecuzione. In un sistema frammentato, firmare apre una nuova fase di conflitto interno.
Sarà così. L’equilibrio resterà precario. La minaccia di escalation resta sul tavolo. E non basta Hormuz: anche chiuderlo non salva il regime nel medio termine se la pressione militare continua.
La leva energetica è tattica, non strategica.
Da qui una seconda implicazione: seguire integralmente la linea di Benjamin Netanyahu non era necessario. L’escalation continua aumenta il rischio senza garantire l’esito. Più efficace una pressione mirata e intermittente: colpire senza saturare.
Perché la pressione costante compatta gli estremi. Quella selettiva li divide.
Il mercato oggi prezza la fine della crisi. La realtà è diversa: la crisi cambia forma.
E in questo contesto di frammentazione due appaiono i vincitori: uno strategico, Trump, l’altro tattico Putin.
Il primo, dopo aver ottenuto il controllo del Venezuela, canale di Panama e Stretto di Malacca (dopo accordo militare con Indonesia) sta beneficiando della strozzatura a Hormuz per esercitare pressione economica su Pechino in crescente difficoltà.
Il secondo beneficia del rialzo del prezzo del petrolio e dell’esenzione sulle sanzioni sul petrolio russo appena concesso da Washington per tenere a bada i mercati petroliferi mondiali.
La grande sconfitta manco a dirlo, l’Europa.


