Popolare di Bari è la punta dell’iceberg: come continuare a farsi del male da soli a vantaggio della Francia

Popolare di Bari è la punta dell’iceberg: come continuare a farsi del male da soli a vantaggio della Francia

30 maggio 2026

Nella precedente Sassata vi abbiamo mostrato il dito, un dito che indica la Popolare di Bari che rischia di prendere il volo verso la Francia nell’indifferenza nazionale.

Ora vi mostriamo la luna, una luna che anch’essa illumina romanticamente la Senna, come vedremo.

Nel frattempo, in Italia il cielo è plumbeo, con l’ostracismo delle nostre banche verso le aziende nazionali della difesa,  aziende che operano tra i più rigorosi controlli da parte dello stato italiano e provviste di tutte le complesse e necessarie autorizzazioni, secondo i dettami della legge sull’export della difesa 185/1990.

Aziende che esportano tecnologie, creano posti di lavoro, generano prodotto interno lordo, ma a cui le “banche etiche” nazionali rifiutano servizi. Banche che si permettono il lusso di snobbare lavoro e poi saltano allegramente all’aria un giorno si e l’altro no, portandosi dietro i risparmi dei loro azionisti.

La spesa per la difesa, a livello globale, si è innalzata decisamente, e i nostri campioni nazionali, grandi e piccini, hanno aumentato ordini e fatturato. A beneficio di chi? Tanto per cambiare del sistema bancario francese e si accinge a fare molto di più, nella sonnolenza infastidita degli istituti di credito italiani.

O forse non più italiani? Abbiamo ceduto ai francesi BNL, Cariparma, Credito Valtellinese, con ingresso in Generali. Ma lo shopping non si ferma qui. Ai francesi piace vestire bene, quindi sono entrati in Bulgari, Fendi, Loro Piana, Emilio Pucci, Acqua di Parma, Gucci, Bottega Veneta, Brioni, Pomellato. Non per comprare camicette, ma aziende. Poi, visto che in Italia si mangia bene, quindi ecco parlare francese in Parmalat e nei Supermercati GS.

E sulla tavola, più per necessità che virtù, francesi in Richard Ginori. Ce lo comunicano tramite Telecom, che pure hanno acquisito. Per non parlare delle automobili Stellantis, la cui produzione sta fuggendo dall’Italia, tagliando modelli e numero di vetture prodotte nel belpaese.

La Francia è stata uno dei principali acquirenti di aziende italiane negli ultimi 25 anni,  con circa 770 operazioni per quasi 100 miliardi di euro, secondo studi KPMG.

Cedere la moda e l’agroalimentare è più uno smacco dell’orgoglio, perdere l’automotive invece è pesante, ma comunque a breve in quel settore finirà che la Cina ci mangerà tutti, italiani, francesi e tedeschi.

Però perdere banche, assicurazioni e comunicazioni significa perdere sovranità in un mondo in cui già siamo deficitari di autonomia nel cloud, ma anche nel digitale in generale (e senza dimenticare che abbiamo appena celebrato il funerale del trasporto aereo nazionale, pure se in questo caso gli affettuosi cugini d’oltralpe non c’entrano).

Sta all’imprenditoria creditizia nazionale capire che il mondo è cambiato e bisogna operare non su basi di ideologia demagogica ma di realismo ed efficacia.

Altrimenti andrà a finire che anche le nostre banche “etiche” se le compreranno i francesi: per svegliarle ed inserirle rapidamente nel mondo reale.