Ilva, Eni e il giornalismo delle indiscrezioni senza prove

Ilva, Eni e il giornalismo delle indiscrezioni senza prove

29 maggio 2026

C’è un problema che riguarda l’ex Ilva. E non è soltanto quello industriale.

Il problema è anche il livello del dibattito pubblico che continua a circondare la più importante crisi siderurgica italiana degli ultimi vent’anni.

Il quotidiano Domani ha dedicato la propria apertura alla presunta esistenza di una cordata Eni-Arvedi pronta a rilevare Acciaierie d’Italia. Un’ipotesi presentata come una svolta capace di tirare fuori il governo dal pasticcio in cui si trova impantanato da mesi. Il titolo era inequivocabile: “Una cordata Eni-Arvedi. Al ministero la proposta per rilevare l’ex Ilva”.

Peccato che poche ore dopo sia arrivata una smentita altrettanto inequivocabile da parte di Eni.

“In merito a quanto riportato questa mattina da un quotidiano italiano, Eni smentisce di fare parte di una cordata finalizzata all’acquisizione della ex Ilva. Eni ha solamente dato la sua disponibilità a valutare possibili forniture di gas agli impianti di Acciaierie d’Italia.”

Fine della storia.

Non una precisazione marginale. Non una sfumatura interpretativa. Una smentita netta che smonta l’intero impianto dell’articolo. Perché tra fornire gas a un impianto industriale e partecipare a una cordata per acquisirlo c’è una differenza enorme, sia dal punto di vista industriale che finanziario.

L’episodio solleva una questione più ampia. In una vicenda delicatissima come quella dell’ex Ilva, che coinvolge migliaia di lavoratori, miliardi di investimenti e il futuro della siderurgia nazionale, il giornalismo dovrebbe distinguere i fatti dalle suggestioni. Alimentare aspettative prive di fondamento non aiuta né il governo né il mercato.

Ma il vero nodo è un altro.

Anche volendo immaginare uno scenario in cui il gruppo Arvedi venga chiamato a svolgere un ruolo decisivo nel salvataggio di Acciaierie d’Italia, esiste un ostacolo politico-industriale che a Roma sembrano fingere di non vedere: Piombino.

Il progetto promosso dal governo insieme a Metinvest viene percepito a Cremona come un autentico schiaffo. Il beneficiario finale dell’investimento è infatti il gruppo ucraino, destinato a costruire un nuovo polo siderurgico che entrerà in concorrenza diretta con la produzione di Arvedi.

Non solo.

Il futuro impianto di Piombino assorbirà ingenti quantità di rottame ferroso, una materia prima già scarsa e strategica per le acciaierie elettriche italiane. In altre parole, il governo sta sostenendo un progetto che rischia di sottrarre materia prima all’industria nazionale per favorire un concorrente estero.

È difficile immaginare che Arvedi possa accettare di caricarsi sulle spalle il peso finanziario, industriale e occupazionale dell’ex Ilva mentre Roma continua contemporaneamente a sostenere un progetto destinato a sottrargli quote di mercato e approvvigionamenti.

Per questo il governo Meloni si trova davanti a una scelta che non potrà essere rinviata ancora a lungo.

Se ritiene che la priorità strategica sia salvare l’ex Ilva e preservare una filiera siderurgica nazionale integrata, allora dovrà necessariamente rimettere in discussione il dossier Piombino.

Se invece intende proseguire sulla strada di Metinvest, dovrà prendere atto che diventerà molto più complicato convincere Arvedi a intervenire su Taranto.

Le due operazioni, almeno dal punto di vista industriale, difficilmente possono convivere.

Il resto appartiene alla categoria delle indiscrezioni senza prove. E, come dimostra la smentita di Eni, spesso dura meno di una giornata.