
Russia-Ucraina, la guerra delle illusioni
La propaganda è tornata. E, come sempre accade in guerra, non riguarda solo il nemico. Riguarda soprattutto noi.
Quando il presidente finlandese Alexander Stubb sostiene che per ogni soldato ucraino morto ne cadano otto russi, non sta facendo analisi strategica. Sta facendo comunicazione politica. Se quei numeri fossero veri, l’esercito russo avrebbe già cessato di esistere da mesi. Ma nella guerra moderna i numeri servono sempre meno a descrivere la realtà e sempre più a sostenere il morale.
Questo non significa che Kiev non abbia ottenuto risultati importanti. Gli attacchi con droni su Mosca, i raid contro le raffinerie vicino San Pietroburgo e le operazioni contro le infrastrutture logistiche russe dimostrano che l’Ucraina ha sviluppato capacità offensive sofisticate e a basso costo. Anche Mosca, però, evolve. L’utilizzo del missile ipersonico Oreshnik è stato un messaggio preciso: deterrenza nucleare senza utilizzo del nucleare. Un test operativo e psicologico insieme. Un segnale rivolto tanto a Kiev quanto alla NATO.
Ma il punto decisivo non è tattico. È strategico.
Ed è qui che il quadro si complica per l’Ucraina.
La Russia continua ad avanzare verso Kramatorsk, uno degli ultimi grandi centri industriali del Donbass ancora sotto controllo ucraino. Le infiltrazioni russe attorno a Kostyantynivka diventano sempre più frequenti. Se questa linea dovesse cedere, il rischio di collasso operativo nell’area aumenterebbe rapidamente.
È vero: la velocità dell’avanzata russa si è ridotta rispetto al 2025. In alcuni settori il fronte si è quasi congelato. Ma congelare un fronte non significa invertire la guerra. Oggi Mosca controlla circa il 90% del Donbass, quasi tutta Luhansk e gran parte di Donetsk. Putin sta raddoppiando la posta sul suo obiettivo originario: conquistare integralmente il Donbass.
E questo cambia tutto.
Perché significa che la guerra non finirà con una trattativa diplomatica astratta, ma solo quando il Cremlino riterrà più conveniente fermarsi che continuare.
Nel frattempo, anche il fronte europeo mostra crepe sempre più evidenti. L’ingresso rapido dell’Ucraina nell’Unione Europea resta politicamente quasi impossibile. L’Italia non vuole che Kiev scavalchi Albania e Balcani occidentali. La Germania rifiuta nuovi allargamenti senza riforma del sistema di voto europeo. E prima ancora bisognerà negoziare il bilancio UE 2028-2034, che promette di essere uno dei più conflittuali della storia recente.
La realtà è che nessuno sta vincendo davvero. Non l’Ucraina, non la Russia, non l’Europa.
Mosca non sta collassando. L’economia russa rallenta, ma gli alti prezzi energetici continuano a sostenere i conti pubblici. Kiev resiste, ma dipende sempre più dal sostegno occidentale. L’Europa continua a promettere, ma fatica a trasformare la retorica geopolitica in capacità industriale, militare e fiscale.
E così la guerra continua. Più lenta. Più logorante. Più costosa.
Ma soprattutto sempre più distante dalla narrativa semplice con cui era stata raccontata all’inizio.


