
Il tetto al petrolio russo? Più un esercizio di coscienza che una sanzione
Mentre l’Unione Europea discute se tornare a un tetto rigido sul prezzo del petrolio russo oppure mantenere l’attuale meccanismo dinamico, emerge con sempre maggiore evidenza una realtà scomoda: il price cap non sta limitando in modo significativo la capacità di Mosca di esportare greggio e finanziare la propria economia.
L’idea originaria, introdotta dal G7 dopo l’invasione dell’Ucraina, era semplice. Impedire alla Russia di beneficiare di prezzi elevati, consentendole al contempo di continuare a esportare petrolio per evitare uno shock energetico globale. Il limite iniziale fu fissato a 60 dollari al barile. Nella pratica, però, il meccanismo si è rivelato molto meno efficace del previsto.
Mosca ha continuato a vendere il proprio petrolio sopra o sotto il tetto a seconda delle condizioni di mercato e della disponibilità degli acquirenti. Di fronte a questa evidenza, Bruxelles ha successivamente adottato un sistema dinamico, con un prezzo massimo fissato al 15% sotto la media delle quotazioni del greggio russo Urals. Oggi quel limite si colloca intorno ai 44 dollari al barile.
Paradossalmente, proprio il successo relativo del petrolio russo sui mercati internazionali rischia ora di rendere il meccanismo politicamente imbarazzante. Con la prossima revisione prevista a luglio, il tetto dinamico potrebbe salire ben oltre i 60 dollari iniziali. Per evitarlo, la Commissione starebbe valutando diverse opzioni: congelare il limite attuale, sospendere gli aggiornamenti per il resto dell’anno oppure ripristinare il vecchio cap fisso.
Il punto, tuttavia, non è il valore numerico scelto. Il problema è che il sistema non sembra incidere realmente sui flussi commerciali. Finché lo Stretto di Hormuz rimarrà chiuso e il mercato energetico globale resterà teso, la Russia continuerà a trovare compratori disposti ad acquistare il suo greggio ai prezzi che il mercato è disposto a riconoscere.
I dati degli ultimi mesi sono eloquenti. Nonostante l’intensificarsi degli attacchi ucraini contro infrastrutture energetiche russe, le entrate petrolifere di Mosca sono aumentate sensibilmente. In alcuni periodi, il greggio ESPO esportato verso la Cina attraverso i porti del Pacifico ha addirittura scambiato a premio rispetto al Brent. Segnale che, almeno per alcuni acquirenti asiatici, la sicurezza degli approvvigionamenti vale più delle sanzioni occidentali.
La vera funzione del price cap appare quindi diversa da quella dichiarata. Non rappresenta tanto uno strumento capace di costringere il Cremlino a cambiare comportamento, quanto piuttosto una manifestazione politica della volontà occidentale di “fare qualcosa”. Un provvedimento relativamente poco costoso, facilmente comunicabile all’opinione pubblica e sufficientemente simbolico da consentire ai governi europei di mostrare fermezza senza assumersi i costi economici di misure realmente più incisive.
In questo senso, il dibattito tra tetto fisso e tetto dinamico rischia di essere secondario. Entrambi condividono lo stesso limite strutturale: sono difficili da far rispettare in un mercato globale dove esistono flotte ombra, intermediari alternativi, assicurazioni non occidentali e grandi economie disposte a privilegiare il proprio interesse energetico rispetto agli obiettivi geopolitici europei.
Più che una leva economica contro Mosca, il price cap sembra dunque essere diventato il simbolo di una strategia incompleta. Un modo per dimostrare determinazione senza affrontare la domanda più importante: quale sia oggi la reale strategia occidentale nei confronti della Russia e della guerra in Ucraina. Finché questa domanda resterà senza risposta, il tetto al petrolio rischierà di assomigliare sempre più a una foglia di fico politica che a uno strumento di pressione efficace.
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