
Caso-Lotito, atto terzo: il no del giudice che la Procura ha aggirato
Il 31 maggio 2026 Luigi Bisignani scrive sul Tempo che Lotito “in passato rifiutò” 450 milioni da JP Morgan, e gli suggerisce di farsi aiutare da “Masi e Maiolini della Banca del Fucino”. Lotito denuncia. Due settimane dopo i tre sono iscritti per manipolazione del mercato nel fascicolo che da un anno indaga su striscioni, minacce e voci di cessione intorno alla Lazio. Il 15 settembre i Carabinieri operano. In mezzo c’è un giudice che aveva detto no.
Il no. Il 16 giugno il GIP Livio Sabatini riceve due richieste: tabulati e quindici giorni di intercettazioni. Concede i primi, nega le seconde. Gli indizi sono “senz’altro sufficienti”, scrive, ma il quadro “necessita di ulteriori approfondimenti”. “Non è chiaro il ruolo di Bisignani, ovvero se occasionale giornalista prestatosi alla propalazione di una notizia falsa oppure in concerto con i suddetti”. Non è chiaro “come sia avvenuta l’indicazione di Maiolini e Masi”. Il ruolo di Masi è “emerso in tale singolo episodio”. Serve un approfondimento “sui reciproci rapporti tra tutti e tre onde coglierne una loro frequenza stabile”.
La richiesta respinta, venti pagine con intestazione antimafia, chiedeva anche di “delineare le condotte illecite dei soggetti appartenenti al sodalizio dedito al traffico di stupefacenti”, richiamando “precedenti decreti” di intercettazione. Nel fascicolo non c’è né l’uno né gli altri: è il modello di un’altra inchiesta.
La risposta. Il PM gira il rigetto ai Carabinieri “con preghiera di svolgere ogni opportuno approfondimento”. Il 21 luglio arriva l’esito: tra Maiolini e Bisignani una chiamata di 16 secondi il 31 maggio, una di 8 minuti il 1° giugno; tra Masi e Bisignani “un solo contatto”, un MMS di febbraio. Poi due eventi pubblici in cui Masi parla “esclusivamente a titolo personale”. La nota non chiede nulla. Nemmeno l’8 giugno i Carabinieri avevano proposto di perquisire i banchieri: solo Bisignani.
Il decreto. L’8 settembre la Procura perquisisce tutti e tre. A differenza delle intercettazioni, la perquisizione non passa da un giudice: la firma il PM, e il controllo arriva dopo, al Riesame, solo sul sequestro. Il decreto riscrive la nota di luglio: i tabulati diventano “non occasionali contatti”, l’MMS “alcuni contatti”, e Maiolini compare alle manifestazioni dove la nota non lo nomina. Il reato si allunga “da giugno 2024”. Il decreto cita la Cassazione sulla proporzionalità, poi ordina di copiare “tutte le comunicazioni” di due anni. Nei computer d’ufficio in banca non viene trovato nulla; telefoni e tablet vengono copiati e restituiti in giornata.
Il Riesame. Maiolini e Bisignani hanno impugnato; Masi, dagli atti, no. Il 1° ottobre il Tribunale ha rinviato: la Procura aveva depositato due informative senza allegati, senza le chat e senza l’articolo da cui tutto parte. Il 9 ottobre ha integrato, la maggior parte dei documenti riguardano i tifoni e non l’agiotaggio. Ora il collegio ha dieci giorni per dire se il sequestro era proporzionato. Non giudica l’accusa, ma la domanda del 16 giugno è ancora lì: che cosa unisce i tre, oltre a un articolo della domenica e tanta lazialità?
Intanto c’è da dire i più maliziosi segnalano che Lotito ha quasi stalkerato i carabinieri di via in Selci, che hanno dovuto subire le pressioni di un senatore della Repubblica convinto della sua narrativa, alimentata poi sui giornali dal suo più fidato collaboratore. Non che l’Arma si faccia persuadere da nessuno, ma è pur sempre un parlamentare che preme per accertamenti e indagini. Del resto Lotito è noto per la sua tenacia nell’ottenere a ogni costo quel che desidera. Solo che provare a “utilizzare” lo Stato in questo modo non gli porterà troppa fortuna.


