CBAM: l’industria si sveglia tardi, il conto era già scritto

CBAM: l’industria si sveglia tardi, il conto era già scritto

03 gennaio 2026

L’industria oggi scopre il CBAM (carbon border adjustment mechanism) come se fosse piovuto dal cielo. Titoli indignati, allarmi, prese di posizione tardive. “E’ un boomerang”, scrive oggi l’ineffabile Corriere della Sera.

Ma la verità è più scomoda: perché l’industria reagisce solo ora a una traiettoria che era scritta nero su bianco da anni?

Il CBAM non nasce ieri. È il figlio coerente di una scelta politica precisa: usare l’ETS come leva centrale della decarbonizzazione, trasformando il prezzo della CO₂ in una clava regolatoria. Una follia concettuale prima ancora che industriale.

L’ETS doveva essere uno strumento di accompagnamento, non il perno di una strategia climatica continentale.

Invece è diventato una tassa mascherata, volatile, imprevedibile, scollegata da qualunque realismo industriale.

L’industria lo sapeva. Sapeva che, senza politiche positive di supporto – energia a basso costo, infrastrutture, incentivi stabili, protezione commerciale vera – il risultato sarebbe stato scaricare i costi della transizione sui cittadini europei. Eppure ha taciuto. Ha avvallato una postura dirigistica di politica economica, ha accettato la logica, sperando di cavarsela con i sussidi dall’alto che alla fine non sono mai arrivati.

Ora che il CBAM arriva a regime, si scopre che è un boomerang. Certo. Ma è un boomerang lanciato anni fa, con il consenso silenzioso di chi oggi grida allo scandalo. Il CBAM non corregge l’ETS: lo estende oltre confine, esportando burocrazia e incertezza senza risolvere il nodo centrale, cioè la competitività.

Ma CBAM significa anche perdere il controllo della “macchina” in un periodo storico in cui i competitor pianificano le mosse con ampio anticipo ed elevato grado di coordinamento.

La decarbonizzazione fatta così non è transizione: è deindustrializzazione amministrata. Protestare oggi è legittimo. Ma è tardi. Molto tardi.