
Colpo di scena: l’Europa scopre il protezionismo
L’Europa scopre improvvisamente che il libero scambio vale solo finché conviene. Dopo decenni trascorsi a predicare l’apertura dei mercati al resto del mondo, Bruxelles ha deciso di chiudere il cancello sull’acciaio.
Dal 1° luglio le quote di importazione esenti da dazi sono state ridotte del 47%, mentre chi supera i nuovi limiti dovrà pagare un dazio del 50%. Ufficialmente il bersaglio è la sovraccapacità produttiva cinese. In realtà, come spesso accade, gli effetti collaterali colpiscono soprattutto gli alleati.
Il problema è che il mercato globale dell’acciaio non è più quello di dieci anni fa. La Cina continua a produrre molto più di quanto il mercato interno riesca ad assorbire, ma nel frattempo anche gli Stati Uniti hanno imboccato con decisione la strada del protezionismo. Washington ha imposto un dazio del 50% sull’acciaio importato e il risultato è stato immediato: i produttori hanno cercato altri sbocchi commerciali. Uno di questi è diventata l’Europa.
Il caso del Brasile è emblematico. Dopo le tariffe americane, le esportazioni brasiliane verso l’Unione Europea sono più che raddoppiate, arrivando a 1,38 milioni di tonnellate. Bruxelles interpreta questo fenomeno come una minaccia per l’industria europea. Brasilia risponde con una domanda difficile da contestare: perché dovremmo pagare noi il prezzo della sovraccapacità asiatica o delle tariffe americane?
La risposta europea è che bisogna difendere la produzione continentale. Il problema è che questa difesa ha un costo geopolitico. Per evitare di violare gli accordi commerciali, la Commissione ha negoziato riduzioni delle quote con numerosi partner, dalla Corea del Sud alla Svizzera, passando per Regno Unito, India e Turchia. Ma il Brasile ha rifiutato l’accordo, mentre Giappone e Vietnam stanno valutando possibili contromisure. Il messaggio che arriva a Bruxelles è semplice: se l’Europa sceglie il protezionismo, non può aspettarsi che il resto del mondo continui a comportarsi come se nulla fosse cambiato.
È qui che emerge la vera contraddizione europea. Da anni Bruxelles denuncia il ritorno delle politiche industriali americane e critica i sussidi cinesi. Oggi, però, adotta strumenti molto simili. Dazi, quote, incentivi pubblici, protezione delle filiere strategiche: il vocabolario economico è ormai identico su entrambe le sponde dell’Atlantico.
La differenza è che gli Stati Uniti dispongono del dollaro, del più grande mercato dei capitali del mondo e di una leva geopolitica senza eguali. La Cina controlla buona parte delle materie prime critiche e della manifattura globale. L’Europa, invece, rischia di trovarsi nel ruolo meno favorevole: abbastanza grande da attirare le ritorsioni commerciali, ma non abbastanza forte da imporre le proprie regole senza pagarne il prezzo.
L’acciaio racconta quindi una storia molto più ampia. La globalizzazione costruita negli ultimi trent’anni sta lasciando spazio a un’economia fatta di blocchi regionali, sicurezza economica e protezione delle filiere strategiche. Ogni grande potenza cerca di blindare la propria industria, scaricando sugli altri il costo dell’aggiustamento.
Per anni Bruxelles ha sostenuto che il commercio avrebbe attenuato le tensioni geopolitiche. Oggi è la geopolitica a dettare le regole del commercio. E l’Unione Europea, che di quel modello era stata la principale promotrice, si ritrova costretta a fare esattamente ciò che fino a ieri criticava negli altri.


