La porta d’ingresso dell’Europa e il “caso Spagna”

La porta d’ingresso dell’Europa e il “caso Spagna”

05 luglio 2026

L’Unione Europea continua a scontrarsi con la sua contraddizione fondamentale: vuole funzionare come uno Stato quando conviene, ma resta un insieme di Stati quando arrivano le decisioni più delicate. L’immigrazione ne è l’esempio più evidente. Schengen elimina le frontiere interne, ma lascia ai singoli governi il controllo su chi entra, chi resta e chi diventa cittadino. È un’architettura destinata a produrre conflitti.

La maxi-regolarizzazione annunciata dal governo Sánchez lo dimostra. Con circa 1,2 milioni di domande presentate, la Spagna si prepara alla più grande sanatoria della propria storia, ben oltre quella del 2005. Sul piano economico la misura ha una sua logica: trasformare lavoratori irregolari in contribuenti, far emergere il lavoro nero e rispondere alla carenza di manodopera. Molti dei beneficiari provengono dall’America Latina, parlano già spagnolo e possono integrarsi rapidamente nel mercato del lavoro.

Ma il problema non è soltanto economico. È geopolitico e istituzionale.

Per molti cittadini latinoamericani entrare in Spagna è relativamente semplice grazie all’esenzione dal visto per soggiorni brevi. Una volta regolarizzati, dopo appena due anni di residenza legale possono ottenere la cittadinanza spagnola con una procedura accelerata. E con il passaporto spagnolo acquisiscono automaticamente la libertà di circolare e stabilirsi in tutta l’Unione Europea.

In altre parole, una decisione presa a Madrid produce effetti da Lisbona a Helsinki. È qui che emerge il vero cortocircuito europeo: una politica nazionale modifica di fatto la composizione demografica e il mercato del lavoro dell’intera area Schengen.

Non sorprende quindi che Francia e altri partner abbiano reagito con irritazione. A Parigi cresce la pressione per ripristinare controlli permanenti alla frontiera con la Spagna, mentre Bruxelles teme che operazioni di questo tipo incentivino ulteriormente l’immigrazione irregolare proprio nel momento in cui l’UE cerca di rafforzare i controlli esterni.

La vicenda spagnola dimostra ancora una volta che Schengen funziona soltanto se gli Stati condividono gli stessi incentivi. Quando uno cambia radicalmente approccio, tutti gli altri ne pagano le conseguenze. Finché l’Europa continuerà ad avere frontiere interne aperte ma politiche migratorie profondamente divergenti, ogni sanatoria nazionale rischierà di trasformarsi in una crisi europea.