*Il capitalismo familiare sta perdendo la sua migliore eredità: la reputazione*

*Il capitalismo familiare sta perdendo la sua migliore eredità: la reputazione*

30 giugno 2026

Il problema del capitalismo familiare italiano non è la ricchezza. È un’altra parola che inizia con la stessa lettera: reputazione. E, come ogni reputazione, arriva a piedi e va via a cavallo.

Le vicende che stanno attraversando alcune delle più importanti dinastie imprenditoriali del Paese, dalla famiglia Del Vecchio ai Benetton, non riguardano soltanto gli equilibri tra eredi. Stanno progressivamente erodendo il consenso sociale di cui il capitalismo familiare italiano ha goduto per decenni. Un consenso fondato sull’idea che quei grandi patrimoni fossero la conseguenza del rischio imprenditoriale, dell’innovazione e della capacità di creare lavoro. Quando, invece, le cronache parlano soprattutto di successioni, contenziosi e guerre di famiglia, quel legame tra ricchezza e merito si indebolisce. E con esso si indebolisce anche la legittimazione di quei patrimoni agli occhi dell’opinione pubblica.

Il caso della famiglia Del Vecchio è probabilmente il simbolo più evidente di questa stagione. Dopo la scomparsa del fondatore, una delle più grandi fortune industriali italiane è diventata il terreno di una complessa partita tra eredi, holding e strategie di controllo. Uno scenario diverso, ma non meno significativo, riguarda i Benetton, dove le tensioni sulla governance e sull’eredità continuano a occupare più spazio delle prospettive industriali. Il risultato è che il dibattito pubblico si concentra sempre meno sulle aziende e sempre più sulle famiglie. Sempre di più all’interno, sempre di meno all’esterno, generando un problema di connessione ovvero di autoreferenzialità.

È un dettaglio soltanto in apparenza mediatico. In realtà è un gigantesco problema politico.

Per decenni il capitalismo familiare italiano ha goduto di una sorta di legittimazione implicita. La ricchezza dei grandi imprenditori veniva considerata il naturale punto di arrivo di un percorso fatto di rischio, intuizione e capacità di creare valore, basato sulla capacità di connettersi con la propria comunità. Oggi quella narrazione vacilla da Agordo a Treviso, passando per Milano e Torino. Se i protagonisti non sono più i fondatori ma gli eredi, e se gli eredi finiscono sui giornali soprattutto per litigare, diventa inevitabile che una parte dell’opinione pubblica inizi a porsi una domanda scomoda: quanto di quella ricchezza continua a essere percepita come meritata e quanto, invece, come il semplice risultato della nascita?

È una domanda che la politica intercetta con crescente facilità. Ogni nuova disputa familiare rafforza infatti l’argomento di chi sostiene che i grandi patrimoni vadano tassati di più. Perché se la ricchezza non appare più il risultato del merito ma dell’anagrafe, diventa molto più difficile difenderne il trattamento fiscale privilegiato.

C’è poi un elemento che rende questa discussione ancora più attuale. Quella che i grandi gestori patrimoniali chiamano ormai Great Wealth Transfer è appena iniziata. Secondo il Global Wealth Report di UBS, nei prossimi venti-trent’anni oltre 83 mila miliardi di dollari passeranno da una generazione all’altra nel mondo, di cui circa 74 mila miliardi attraverso successioni ereditarie. L’Italia, con una delle popolazioni più anziane d’Europa e una quota elevatissima di ricchezza detenuta dalle famiglie, sarà uno dei Paesi maggiormente coinvolti da questo fenomeno.

Non si tratta soltanto di un dato demografico. È il più grande trasferimento di ricchezza della storia contemporanea e coinciderà con un momento in cui il consenso verso una maggiore tassazione delle successioni è destinato a crescere. Più aumenteranno i patrimoni trasmessi senza un corrispondente ricambio imprenditoriale, più diventerà difficile difendere, anche sul piano culturale prima ancora che fiscale, un sistema successorio tra i più favorevoli d’Europa. Se gli eredi continueranno a essere associati più ai contenziosi che alla creazione di valore, la pressione politica per aumentare le imposte sulle successioni è destinata ad aumentare.

Naturalmente sarebbe un errore generalizzare. Molte imprese familiari italiane continuano a rappresentare eccellenze mondiali e hanno affrontato con successo il delicato passaggio generazionale. Ma sono i casi più mediatici a plasmare la percezione collettiva.

E la percezione, in politica, conta spesso più delle statistiche.

Esiste però una regola che distingue le dinastie destinate a durare da quelle che finiscono ostaggio delle proprie vicende domestiche. Il capitalismo familiare funziona soltanto quando la famiglia esercita la proprietà, ma non pretende di sostituirsi al management. Il fondatore deve saper costruire, prima ancora dell’azienda, una classe dirigente. La differenza non la fanno soltanto le quote azionarie, ma le persone alle quali viene affidata una delega piena e un mandato chiaro.

Da questo punto di vista, Silvio Berlusconi aveva intuito un principio fondamentale. Attorno a sé aveva costruito una squadra di manager e collaboratori con ruoli distinti e riconoscibili: Fedele Confalonieri come custode della governance del gruppo, Gianni Letta nei rapporti istituzionali, Adriano Galliani alla guida del Milan, Ennio Doris nello sviluppo del polo finanziario di Mediolanum. Ognuno aveva autonomia operativa e un perimetro di responsabilità definito. È questo il tratto comune delle grandi imprese familiari che resistono al tempo: una proprietà coesa, ma capace di delegare. Quando invece gli eredi trasformano il consiglio di amministrazione in una riunione di famiglia o in una sfilata di yes man, il patrimonio smette di essere un motore di sviluppo e diventa il terreno dello scontro.

È anche per questo che colpisce il confronto con due cognomi che molti immaginavano destinati a implodere sotto il peso delle rispettive successioni.

Gli Agnelli hanno attraversato (e attraversano) anni di tensioni interne e di lunghi contenziosi familiari. Eppure la struttura costruita attorno a Exor ha continuato a funzionare, dimostrando che una governance efficace può sopravvivere anche ai conflitti personali. Anche i Berlusconi, dopo la scomparsa del fondatore, sembravano destinati a una lunga guerra tra eredi. Le differenze non sono mancate, ma il patrimonio è rimasto sostanzialmente ordinato e il controllo delle principali partecipazioni non si è dissolto nella frammentazione che molti prevedevano.

La vera sfida, allora, non è difendere i grandi patrimoni dalle tasse. È difenderli dal sospetto che non siano più uno strumento di sviluppo, ma soltanto una rendita ereditaria. Aggiornarli e connetterli con il mondo (che cambia) e con la propria comunità di riferimento.

Ristabilire la sintonia tra le proprie radici e il mondo fuori.

Il capitalismo familiare italiano ha costruito alcune delle imprese più importanti d’Europa. Oggi, però, rischia di compromettere il proprio capitale più prezioso: la legittimazione sociale. Perché nel momento in cui l’opinione pubblica smette di associare quei cognomi all’innovazione, all’impresa e al lavoro, e li collega invece a liti, successioni e tribunali, la battaglia fiscale è già persa sul piano culturale.

Le grandi fortune non vengono messe in discussione quando sono grandi. Vengono messe in discussione quando smettono di apparire utili e soprattutto quando sono in una fase di caduta. E oggi il capitalismo familiare italiano farebbe bene a ricordarselo. Da nord a sud, da est a ovest.