
Costi energetici e caro-bollette: caccia alle fake news
Nel dibattito pubblico sull’energia, la disinformazione è dura a morire e si nutre principalmente di errori e populismo. Il risultato è un frullato di fake news in cui si confondono le bollette pagate dagli italiani con il costo dell’energia all’ingrosso (il cosiddetto Pun: prezzo unico nazionale), applicato solo a pochissimi grandi gruppi energivori. E si prosegue col sostenere un macroscopico falso, ossia che le bollette degli italiani siano le più care d’Europa, oltretutto pure in crescita.
La realta’, se si fanno ricerche serie e ci si procurano dati reali, e’ invece proprio all’opposto. Anche in un momento di tensioni e di guerre, al contrario degli idrocarburi, la bolletta elettrica delle famiglie cala e viaggia nella media dell’area dell’euro.
Non lo dicono i produttori, lo sostiene un ente terzo come Eurostat.
Non solo. Anche i recenti shock geopolitici, come ha rilevato l’Istat, non incidono sulle bollette delle famiglie italiane del libero mercato, anche perché nella maggior parte dei casi sono protette da offerte a prezzo fisso (a valori antecedenti lo scoppio della crisi in Medio Oriente); che, per gli anni della durata dei contratti, tengono al riparo dai rincari.
Ma diamo un’occhiata ai numeri. L’Eurostat, sulla base di dati 2025 aggiornati a maggio, segnala che il prezzo della bolletta per gli italiani (prendendo un consumo tipico familiare di 2 MWh l’anno) è mediamente pari 59 euro al mese: appena due euro in più rispetto alla media dell’area dell’euro, che sta a 57 euro.
Quella italiana è la più cara? Macché, non sale nemmeno sul podio. I più cari sono i tedeschi. Per loro fanno 73 euro al mese; seguono Irlanda e Belgio.
E non solo non è la più cara, ma nel 2025 è anche calata del 2%. Nella media europea è invece cresciuta dell’1% con punte del 43% in Irlanda e un exploit del 14% in Spagna. Questo perché la bolletta è formata da diversi elementi: c’è una componente energia, ma anche di oneri, imposte e costi di rete.
Proprio questi ultimi permettono alla bolletta di restare competitiva in Europa. Nel 2025 i costi di rete infatti sono calati dell’8%, la miglior performance nel Continente dopo la Slovenia, grazie alla efficienza delle infrastrutture tricolori.
L’errore più comune è confondere le bollette con i costi dell’energia all’ingrosso, applicati solo a utility e agli energivori, soggetti industriali grandi consumatori di elettricità. Loro sì possono lamentare, a causa di un mix dipendente dal gas e dai costi per la CO2, un costo più elevato che in Europa. Nel 2025, con 116 euro al MWh, si sono dovuti confrontare con i 65 euro della Spagna, gli 89 della Germania e i 61 della Francia. C’è un però: per evitare una delocalizzazione energetica che impoverirebbe il tessuto industriale, l’Italia sussidia tali consumi.
Nel 2025 tale aiuto cubava 80 euro al MWh, quest’anno arriverà a circa 100 euro. Così, grazie ai rimborsi per la CO2, vantaggi per energy release, interconnector, interrompibilità, il reale conto finale può planare da 116 a 35 euro al MWh per l’industria energivora italiana che si raffrontano, al netto degli aiuti, con i 34 euro della Spagna, i 35 della Germania e i 27 della Francia.
Uno scenario, come si vede, molto diverso da come troppo spesso lo si racconta e che smonta i falsi miti che aleggiano sul settore, come fantomatici cartelli tra operatori intenti a trattenere capacità, proprio in un settore vigilato da vicino da un’authority indipendente come Arera.
Sono sempre i numeri poi a sconfessare anche l’accusa di lucrare, grazie al meccanismo del prezzo marginale (e dunque del gas), sulle centrali idroelettriche, secondo taluni meno care. Ma non si conta che anche in questo caso tra tasse, canoni comunali, provinciali e regionali, insieme ad altri oneri come lo smaltimento dei sedimenti delle dighe (considerati rifiuti speciali e dunque dallo smaltimento assai oneroso), i costi di produzione sono simili ad altre fonti rinnovabili, a cui si aggiunge la necessità di importanti investimenti, ad esempio, per il repowering.
Del resto se l’energia fosse una cornucopia per i produttori, questi dovrebbero svettare sugli altri gruppi industriali. E invece non solo in Europa il ritorno sul capitale investito delle utility è più basso di molti altri settori industriali (8% contro il 15% della tecnologia, per esempio), ma il dato dei produttori italiani (6,7%) è perfino più basso di quello dei concorrenti europei.
A riprova che la si può raccontare come si vuole, ma sono i numeri a dimostrare la realtà dei fatti.


