Il valzer estivo dei direttori; e Orfeo sogna il TG 5

Il valzer estivo dei direttori; e Orfeo sogna il TG 5

30 giugno 2026

Estate bollente per il mondo dell’editoria italiana: aria di rimpasti, corridoi che parlano e manager che si spostano come pedine su una scacchiera già consumata. Se pensavate che le guerre di posizione fossero finite con i rinnovi di primavera, vi siete sbagliati. Anzi: la stagione calda è appena cominciata.

Ieri le indiscrezioni di Lettera43, rilanciate da Dagospia, su Andrea Pucci a capo del progetto televisivo di Antenna, hanno acceso il nuovo falò. Gedi cambia linea manageriale e — sorpresa da manuale — salta il CFO che era appena stato insediato nel CdA, unico superstite della “vecchia guardia”. Gabriele Acquistapace viene catapultato sul grande progetto “Cnn Italia”, ancora in fase embrionale e pieno di punti interrogativi. Sarà una missione temporanea, dicono: qualche mese per dare lustro al piano, poi Acquistapace dovrebbe lasciare l’azienda a fine anno. Traduzione pratica: bravo manager ma comodo capro espiatorio per il cambio di era.

Nel frattempo, sul fronte delle alleanze industriali e dei grandi esperimenti mediatici, i riflettori non brillano più come previsto. L’annunciata collaborazione Dazn–Antenna per i mondiali non ha fatto boom di appeal. L’operazione, venduta come moderno crossover tra sport e intrattenimento, pare avere lasciato il pubblico freddino e gli stakeholder con lo sguardo vacuo: azione promozionale sì, risultato meno.

L’altra trama che si dipana è politica e affettiva: la redazione di Orfeo cresce di malumore verso il nuovo editore. Nei corridoi di largo Fochetti si mormora e si ride amaro, e non è raro sentire battute nostalgiche che rimpiangono i tempi di Elkann. Non un complimento sottovoce: più che nostalgia, piccole lamentele che possono gonfiarsi e diventare tempesta. Quando la redazione è inquieta, la qualità narrativa è a rischio — e anche la calma di chi dovrebbe governare il giornale.

E parlando di Orfeo, il “Mario nazionale” continua a rimbalzare tra palazzi e redazioni. In uno degli ultimi consigli dei ministri è spuntato il suo nome accostato al Tg5, tanto che poi Antonio Tajani — preso dalla foga preventiva — ha telefonato ai vertici di Mediaset preoccupato. La notizia è rimbalzata anche nei salotti del potere: il portavoce di Giorgia Meloni, Fabrizio Alfano, ne ha parlato persino durante la festa del 2 giugno in piazza del Quirinale. Tradotto: il destino dei direttori non è più solo questione interna, ma materia di interesse pubblico e di dialoghi istituzionali a voce alta.

Il risultato è un quadro che somiglia a un romanzo corale di corridoi e segreterie: editore nuovo, pezzi della vecchia guardia che vengono rimossi o ricollocati, progetti ambiziosi (Cnn Italia) che ancora non decollano, partnership sportive che arrancano e redazioni nervose. È il tipo di mix che mette appetito ai commentatori e mal di testa ai contabili.

Ma non fatevi ingannare dalla sceneggiata: dietro l’apparenza di grande teatro ci sono logiche semplici e vecchie come il giornalismo: controllo dei contenuti, razionalizzazione dei costi, posizionamento (e accreditamento) politico-mediatico. Spesso la trovata pubblica — il trasferimento su un progetto “strategico”, il cambio di CFO all’ultimo minuto — serve a mettere una toppa temporanea mentre si ridefiniscono giochi di potere più profondi.

Cosa ci aspetta dunque? Probabilmente altri nomi in bilico, altre chiamate ufficiali e ufficiose tra i palazzi, e qualche altro progetto che rivendicherà innovazione senza riuscire a incidere sul pubblico reale. Nel frattempo il pubblico resta a guardare: non è detto che segua ogni mossa, ma quando il prodotto peggiora la fiducia decade più in fretta di quanto un comunicato possa ricucire.

Se la stampa italiana fosse un campo di battaglia, questa estate sarebbe l’operazione di avvicinamento in vista delle prossime politiche: truppe che si muovono, esplorazioni, alcuni colpi a segno ma nessuna grande vittoria. E la domanda sotto il tappeto resta la stessa: chi paga il conto quando l’esperimento mediatico fallisce? I manager che partono, o chi resta a raccogliere i cocci?