Dazi, orgoglio e illusioni: l’Europa rischia lo scontro con Washington

Dazi, orgoglio e illusioni: l’Europa rischia lo scontro con Washington

24 febbraio 2026

Siamo davvero sull’orlo di una guerra commerciale tra Stati Uniti e Unione europea? La decisione del Parlamento europeo di sospendere formalmente la ratifica dell’accordo commerciale siglato lo scorso luglio ha provocato la reazione furiosa di Donald Trump. La motivazione ufficiale parla di “incertezza giuridica” dopo la sentenza della Corte Suprema americana. Ma la sensazione è che si tratti di un pretesto politico per accantonare un’intesa mai realmente digerita a Bruxelles.

In queste ore l’UE sembra ascoltare con eccessiva attenzione i consigli che arrivano dall’area liberal nordamericana, dove si guarda all’Europa come all’ultimo baluardo contro Trump. L’invito è chiaro: sfruttare la pronuncia della Corte come occasione per smontare l’accordo raggiunto da Ursula von der Leyen e dal presidente americano a Turnberry, in Scozia. È un suggerimento pericoloso.

Trump ha già fatto sapere che non intende arretrare. Senza citare esplicitamente l’UE, ha avvertito che qualsiasi Paese tenti di “giocare” con la decisione della Corte sarà colpito da dazi più alti rispetto a quelli concordati. Il messaggio è inequivocabile. E l’idea che la sentenza possa alterare l’architettura tariffaria appare debole: il presidente dispone di margini sufficienti per ricostruire lo stesso impianto.

Ogni accordo commerciale comporta un grado di rischio legale. Se l’America Latina bloccasse il Mercosur perché il Parlamento europeo ha rimesso una questione ai giudici, parleremmo di caos o di calcolo politico? L’UE avrebbe potuto ratificare l’intesa subordinandola al rispetto degli impegni americani. Il punto è che molti, a Bruxelles, non vogliono quell’accordo.

Ma i fondamentali non sono cambiati. L’Europa continua a registrare un ampio surplus commerciale con gli Stati Uniti. E dipende sempre più da Washington per forniture strategiche nel settore della difesa, proprio mentre aumenta la spesa militare. Pensare che Trump sia indebolito e pronto a fare marcia indietro – magari sulla scia del caso Groenlandia – rischia di essere un errore di valutazione.

Il momento chiave potrebbe arrivare la prossima settimana, quando Friedrich Merz volerà a Washington. La Germania intravede i primi segnali di ripresa industriale, soprattutto nella difesa. L’ultima cosa che Berlino desidera è un’escalation tariffaria che comprometta una convalescenza ancora fragile. È plausibile che eserciti la massima pressione per chiudere la partita.

Le ragioni che portarono von der Leyen a Turnberry restano tutte sul tavolo. La domanda è se l’Europa preferirà la postura simbolica allo scontro reale. Perché questa volta, se si gioca con il fuoco, il rischio di bruciarsi è concreto.