
Europa/Cina: il prezzo della resilienza
L’Europa si trova davanti a una contraddizione che preferisce non affrontare. Da un lato denuncia l’eccesso di dipendenza industriale dalla Cina. Dall’altro beneficia ogni giorno dell’effetto deflazionistico delle esportazioni cinesi. Le due cose sono inseparabili.
L’ultimo dato Eurostat lo dimostra chiaramente. Mentre l’inflazione complessiva è risalita al 3,2% e quella dei servizi continua a viaggiare al 3,5%, i beni industriali non energetici registrano ancora aumenti inferiori all’1%. In altre parole, una parte rilevante della battaglia contro l’inflazione viene oggi combattuta nelle fabbriche cinesi, non nei palazzi della Banca Centrale Europea.
È una realtà politicamente scomoda ma economicamente evidente. I prodotti a basso costo provenienti dalla Cina stanno svolgendo la funzione che per decenni hanno svolto energia abbondante, globalizzazione e delocalizzazione produttiva: comprimere i prezzi al consumo e sostenere il potere d’acquisto delle famiglie europee.
Da qui nasce il grande dilemma strategico europeo.
Se Bruxelles decidesse di intraprendere una vera guerra commerciale contro Pechino, imponendo dazi generalizzati, quote o altre restrizioni alle importazioni, il primo effetto sarebbe inevitabilmente un aumento dei prezzi. Non si tratterebbe di una conseguenza indesiderata della politica commerciale. Sarebbe esattamente il meccanismo attraverso cui quella politica funziona.
I dazi proteggono i produttori nazionali perché rendono più costosi i prodotti stranieri. È una verità elementare che spesso viene nascosta dietro slogan sulla concorrenza sleale o sulla sovranità industriale. Ma il conto finale arriva sempre ai consumatori.
L’Europa conosce già molto bene questo fenomeno. Nel settore automobilistico la combinazione di dazi, regolamentazione e requisiti tecnici ha prodotto un mercato tra i più costosi al mondo. Lo stesso modello potrebbe estendersi a numerosi altri comparti industriali.
Il problema è che questa strategia arriva nel momento peggiore possibile. L’inflazione energetica rimane elevata, gli shock geopolitici legati al Medio Oriente continuano a minacciare petrolio e gas e la Bce fatica già oggi a riportare l’inflazione verso il target del 2%.
Privarsi dell’unico comparto che continua a esercitare una pressione disinflazionistica significherebbe complicare ulteriormente il lavoro della banca centrale.
Ma esiste un problema ancora più profondo.
L’Europa vorrebbe contemporaneamente ridurre la dipendenza dalla Cina, preservare il consenso sociale, contenere l’inflazione e rilanciare la competitività industriale. Sono obiettivi tra loro incompatibili nel breve periodo.
La reindustrializzazione ha un costo. La resilienza ha un costo. La sicurezza delle catene di approvvigionamento ha un costo. Per anni abbiamo creduto che fosse possibile ottenere tutto senza sacrifici. Oggi scopriamo che non è così.
La vera domanda non è se l’Europa possa permettersi una minore dipendenza dalla Cina. Probabilmente non ha alternativa. La domanda è se cittadini, imprese e governi siano disposti a pagare il prezzo economico e politico di questa scelta.
Perché la globalizzazione può essere finita. Ma il conto della sua fine deve ancora arrivare.


