Europa sempre più fragile: intanto il conto arriva per Parigi

Europa sempre più fragile: intanto il conto arriva per Parigi

18 luglio 2026

La crisi del debito francese non è più un rischio teorico. Sta diventando il principale vincolo politico ed economico della prossima decade.

Due rapporti pubblicati questa settimana arrivano alla stessa conclusione: senza una correzione drastica della finanza pubblica, il debito della Francia è destinato a entrare in una traiettoria insostenibile. Cambiano le ipotesi di crescita, inflazione e tassi d’interesse, ma non il verdetto.

Nello scenario centrale elaborato dall’Alto Commissariato per la Strategia, il costo per interessi raddoppia entro il 2050, passando dal 2,2% al 5,2% del PIL. Il deficit salirebbe al 6,3% nel 2035 e all’8,3% nel 2050, mentre il debito raggiungerebbe il 186% del PIL.

Nemmeno lo scenario più favorevole salva Parigi. Anche con un’accelerazione della produttività grazie all’intelligenza artificiale, tassi più bassi e disoccupazione strutturale in calo, il debito arriverebbe comunque al 146% del PIL entro il 2050.

Quello peggiore è invece da economia emergente: crescita frenata, tassi più elevati, effetti del cambiamento climatico e disoccupazione al 10% spingerebbero il debito fino al 245% del PIL.

I mercati hanno già iniziato a reagire. Il rendimento del titolo di Stato francese a 30 anni è salito al 4,8%, il livello più alto dalla crisi finanziaria del 2008. Un segnale che gli investitori iniziano a chiedere un premio di rischio maggiore anche alla seconda economia dell’Eurozona.

Per evitare una crisi fiscale servirebbero risparmi per circa 140 miliardi di euro entro il 2031, che diventano quasi 200 miliardi se la Francia vuole finanziare anche la transizione energetica. Tradotto: tra 30 e 40 miliardi di tagli o maggiori entrate ogni anno già a partire dalla legge di bilancio del 2027.

Questo cambia completamente il quadro delle prossime elezioni presidenziali. Le promesse elettorali dovranno fare i conti con una realtà molto meno generosa di quella degli ultimi vent’anni.

La domanda più delicata riguarda però il dopo. Se Marine Le Pen dovesse conquistare l’Eliseo con Jordan Bardella a Matignon, accetterebbe anni di austerità fiscale oppure cercherebbe una forma di ristrutturazione del debito, trasferendo parte del costo sugli investitori anziché sui contribuenti?

È una domanda che oggi può sembrare estrema. Ma lo stesso valeva, fino a pochi anni fa, per l’idea che la Francia potesse essere percepita dai mercati come un Paese fiscalmente vulnerabile. Quando il costo del denaro torna strutturalmente più elevato, il problema non è soltanto quanto debito hai accumulato. È quanto tempo puoi permetterti di ignorarlo.