
Generali: cacciati dalla porta, i francesi tentano di rientrare dalla finestra (con qualche complicità italiana)…
Che Lovaglio, tramontata l’idea di fare da solo, preferisse Bpm era noto. Ed è stato confermato dal Cda della banca senese che giovedì 16 ha esaminato l’offerta di Intesa Sanpaolo. Ma è paradossale che il governo (o almeno una parte di esso) -visto che appena un anno fa si era mosso in nome dell’italianità e della tutela del risparmio per incoraggiare chi non voleva l’accordo tra Natixis e Generali- ora sembri vedere con molto buon occhio l’eventuale fusione Bpm-Mps. Una fusione che consegnerebbe di fatto le chiavi del nuovo gruppo a un azionista francese. Crédit Agricole infatti è già oggi il primo socio di Banco Bpm, con una quota salita progressivamente fino a sfiorare il 30per cento, soglia oltre la quale scatterebbe l’obbligo di Opa. Se la fusione con Mps dovesse andare in porto, secondo le stime circolate sul mercato (Deutsche Bank), la banca francese diventerebbe il primo azionista della nuova terza banca italiana, con una quota che le diverse ricostruzioni collocano tra l’11 e il 12 per cento del capitale complessivo, comunque la partecipazione singola più rilevante.
Non è un dettaglio da poco: proprio un anno fa il golden power era stato invocato dal governo per condizionare l’offerta di Unicredit sulla stessa Bpm, con l’obiettivo dichiarato di proteggere l'”italianità” del sistema bancario. Il paradosso è che quell’intervento potrebbe aver finito per consolidare proprio il ruolo di Crédit Agricole, oggi arbitro effettivo del futuro di Piazza Meda. Non a caso, all’indomani dell’offerta su Siena, il senatore leghista Claudio Borghi ha osservato pubblicamente che il peso di Parigi in Bpm “va tenuto in considerazione” e che “spetterà agli azionisti italiani riequilibrare gli assetti”.
Alle spalle di Crédit Agricole, il secondo azionista della futura aggregazione sarebbe Delfin, la holding lussemburghese della famiglia Del Vecchio, presieduta da Francesco Milleri.
Delfin è oggi il primo socio privato di Mps (quota vicina al 17,5 per cento), secondo azionista di Generali (circa il 10 per cento) e detiene inoltre il 2,7 per cento di Unicredit: una presenza trasversale che la rende, di fatto, un convitato di pietra in ogni tavolo del risiko bancario.
È qui che si inserisce l’elemento meno raccontato perché in realtà molti fili della tela di Delfin conducono a Parigi. Il principale socio di Delfin in Essilor Luxottica è lo Stato Francese. Lo Stato francese è entrato nel capitale del colosso degli occhiali EssilorLuxottica per sostenere l’azienda a lungo termine. Questo è avvenuto tramite due principali enti pubblici: Bpifrance (la banca pubblica d’investimento) e la Caisse des Dépôts, la CdP francese. Inoltre , negli ultimi mesi Leonardo Maria Del Vecchio, figlio del fondatore di Luxottica, ha avviato un’operazione per rilevare le quote detenute in Delfin da due dei suoi fratelli, così da diventarne l’azionista di riferimento. Per finanziare quest’operazione (dal valore stimato attorno agli 11 miliardi di euro) troviamo nel pool di banche coinvolto e forse non è un caso Crédit Agricole e BNP Paribas: due tra i maggiori gruppi bancari francesi. Forse è un caso, forse no.
Non si tratta di un’anomalia in sé, visto le banche finanziano da sempre operazioni di riassetto azionario, ma il fatto che la ricomposizione della governance di Delfin passi anche attraverso il credito di due istituti francesi, proprio mentre Delfin siede da protagonista sui tavoli di Mps, Generali e Unicredit, aggiunge un tassello a un mosaico in cui l’influenza di Parigi sul risparmio italiano appare più estesa di quanto la cronaca quotidiana lasci intendere.
Ovviamente, a pensar male forse si fa peccato ma si dice anche la verità, l’intera partita non può che avere come posta finale non Mps in sé, ma la quota del 13 per cento circa in Assicurazioni Generali, che la banca senese ha ereditato con l’acquisizione di Mediobanca, una quota capace di orientare gli equilibri di governance del Leone di Trieste, anche verso grandi player assicurativi internazionali, come Axa. Non è un mistero infatti che Axa da sempre sogni di prendere il controllo di Generali. Comunque la si veda o la si pensi, molto del sistema bancario assicurativo italiano parla francese e ora vorrebbe averlo come lingua ufficiale.
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha rivendicato più volte una linea di “neutralità” sul risiko in corso, pur non escludendo il ricorso al golden power, lo stesso strumento già usato per condizionare l’offerta Unicredit-BPM, persino sull’OPAS di Intesa su Mps.
In audizione al Senato ha dichiarato che il golden power “vale anche tra banca italiana e banca italiana” quando siano in gioco profili di sicurezza economico-finanziaria.
Ora sembra passato dalla neutralità al tentativo di regia, regia guarda caso con un occhio rivolto verso Parigi. Chissà, Credit Agricole in Francia vien chiamata la “banque verte” non solo per il suo logo ma perché lavora molto con gli agricoltori francesi e il verde è il colore della Lega, e da qui può essere nato qualche equivoco.
Invece non si tratta di colore locale, ma di domande che meritano risposta chiara e pubblica. Ad esempio:
- se il golden power, un anno fa, è servito a fermare Unicredit su Bpm in nome dell’italianità, perché oggi Crédit Agricole può avvicinarsi al 30 oer cento dello stesso istituto senza che lo stesso strumento venga invocato con la stessa fermezza?
- è possibile che uno strumento pensato per difendere l’italianità del credito abbia finito, nei fatti, per consolidare il ruolo di un azionista francese come arbitro del futuro polo BPM-Mps?
– il ministro Giorgetti, che rivendica vicinanza al territorio e al management di BPM, è consapevole che l’esito concreto della sua linea potrebbe essere proprio l’opposto dell’italianità che dice di voler proteggere?
– e’ un caso, o un disegno più ampio, che dopo le privatizzazioni degli anni Novanta il sistema del credito e del risparmio italiano si trovi di nuovo a un bivio in cui i soggetti stranieri risultano tra i principali beneficiari?
E per finire: che ne pensa Giorgia Meloni, negli ultimi tempi apparsa meno attenta ai dossier economici vitali per il Paese?
Intanto sul fronte Delfin/francesi sono mobilitati in molti, a cominciare da Vittorio Grilli, presidente della Mediobanca in casacca senese che è appena tornato da New York dove ha visto Milleri. Evidentemente non per caso.


