Ex-ILVA: eccoci alla fine annunciata del ciclo integrale

Ex-ILVA: eccoci alla fine annunciata del ciclo integrale

27 luglio 2026

Per diciotto mesi ci si era illusi che il rebus dell’ex Ilva potesse essere risolto con un atto amministrativo. L’obiettivo era semplice sulla carta: tenere insieme produzione, occupazione e salute. Il percorso era iniziato con il decreto-legge del gennaio 2025 sulla continuità produttiva ed era culminato con la nuova Autorizzazione Integrata Ambientale del luglio successivo. Il volto politico dell’operazione era il ministro delle imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso.

La Corte d’Appello di Milano ha appena certificato che quella strategia non ha funzionato.

Il decreto non cita mai il ministro e non attribuisce responsabilità personali. Ma politicamente rappresenta una pesante bocciatura. Perché smonta il presupposto su cui era stato costruito il rilancio di Taranto: l’idea che la nuova AIA fosse sufficiente a garantire la prosecuzione del ciclo integrale.

Rispetto al Tribunale, la Corte compie un passo decisivo. Non lascia aperta una via amministrativa per evitare il fermo. Dispone la sospensione dell’area a caldo e concede novanta giorni per completare le operazioni di spegnimento in sicurezza.

La disapplicazione dell’AIA è limitata ma chirurgica. Colpisce due punti ritenuti autonomamente sufficienti per giustificare il provvedimento: la mancata prescrizione della rimozione dell’amianto ancora presente nei cowper degli altoforni e l’insufficienza delle prescrizioni sulle polveri sottili PM10 e PM2,5, che prevedono il monitoraggio ma non impongono limiti operativi e tempi certi di adeguamento. È una costruzione giuridica solida: per ribaltare il decreto in Cassazione occorrerebbe demolire entrambe le motivazioni.

Ma è soprattutto il principio affermato dalla Corte ad avere un impatto destinato ad andare oltre Taranto. Tra un’attività industriale autorizzata e il diritto alla salute dei cittadini prevale quest’ultimo. Sempre.

Formalmente il provvedimento parla di sospensione. Industrialmente parla di altro. Fermare altoforni, cokerie e agglomerato significa spegnere il cuore dell’acciaieria. Ed è difficile immaginare che un ciclo integrale possa essere riavviato dopo una fermata di questa portata senza un piano di investimenti che oggi semplicemente non esiste.

Lo stabilimento non sparirebbe. Resterebbero il downstream, l’area a freddo, un eventuale forno elettrico e soprattutto la gigantesca partita delle bonifiche dell’area a caldo.

Il vero paradosso è che questa decisione potrebbe accelerare proprio lo scenario industriale immaginato da Jindal Steel: trasformare Taranto in un grande polo di laminazione alimentato da semilavorati prodotti all’estero, archiviando definitivamente il ciclo integrale. Se così fosse, il decreto della Corte non segnerebbe soltanto una sconfitta per il piano Urso. Sancirebbe la fine dell’ultima grande acciaieria italiana da minerale e un ulteriore passo verso la dipendenza del Paese dalle importazioni di acciaio.