Report, la “doppia morale” di Ranucci sulle sue telefonate e quelle di Sangiuliano

Report, la “doppia morale” di Ranucci sulle sue telefonate e quelle di Sangiuliano

26 luglio 2026

Allora, riassumiamo il “caso Ranucci”: 1) “il più grande giornalista d’inchiesta” (come si è fatto presentare sul suo ultimo libro) è specializzato nel trasformare in “fonti” le amanti ufficiali od occulte dei ministri; 2) quindi, se si tratta di colpire Gennaro Sangiuliano, si può benissimo mandare in onda a “Report” anche la drammatica confessione telefonica del tradimento alla moglie, perché prevale “l’interesse pubblico”; 3) se invece i giornali pubblicano il testo di una sua telefonata in cui confida all’amica di turno che in Rai “c’è un po’ di mafia e di massoneria”, siamo di fronte ad una grave violazione della privacy, perché lui non ne ha autorizzato la divulgazione.

Capito? Il grande moralizzatore non perde tempo a spiegare a chi si riferisca, a fare nomi e cognomi di questi “colletti bianchi” sovversivi infiltrati nell’azienda che gli paga il suo ricco stipendio di vicedirettore.

Macché’, lui si atteggia a scandalizzato perché le sue conversazioni telefoniche dovevano restare riservate: mica è un Sangiuliano qualsiasi, che diamine!

La cosa più vergognosa di questo retroscena non è tanto il contenuto delle chiacchiere in libertà di Sigfrido Ranucci, quanto piuttosto l’indiretta “confessione” del suo stesso metodo di lavoro, sperimentato in tante puntate di “Report”: affermazioni gravi e apodittiche basate su convincimenti personali frutto di pregiudizi o magari di semplici “selfie” e pseudo interviste a personaggi ripresi di spalle; il tutto mandato in onda sulla Rai, cioè dal servizio pubblico finanziato dai contribuenti.

Ma c’è pure dell’altro. Perché non è meno vergognosa la “copertura” fornita tutt’ora a Ranucci da quasi tutti i media, quegli stessi media che per anni hanno esaltato la sua gestione di “Report”, gridando allo scandalo ogniqualvolta qualcuno ha osato lamentarsi del linciaggio subito sulla base del nulla.

Così, appunto, e’ nato e si è sviluppato il mito del “più grande giornalista d’inchiesta” finito ora finalmente nella polvere (per usare un eufemismo).