Quello della parità di genere è uno dei temi (a belle parole “prioritari”) sui quali si sta facendo sempre troppo poco. Soprattutto in alcuni ambiti ad alto tasso di testosterone. E, va da sé, che uno di questi è quello delle Forze Armate.

Recentemente è stata lanciata una ricerca di personale per posti di rilievo (e, quindi, altamente remunerativi) per missioni ONU e impieghi nei comandi multinazionali. I candidati, maschi e femmine, non mancano.

Eppure, ancora una volta, la “brezza alpina” arriva prima di tutto e tutti. Precedenza assoluta. Sul genere ovviamente e, manco a dirlo, sul merito. Di conseguenza altri ufficiali di comprovata competenza e dal profilo professionale assolutamente adeguato pagano lo scotto di non avere la piuma sul cappello (e nemmeno lo straccio di un amico piumato).

I maligni sostengono che se queste selezioni fossero aperte a tutti verrebbe poi fuori che gli ufficiali dei corpi sono più bravi di quelli dell’arma. Tendenziosità a parte, però, è evidente che, sebbene sulla carta il “politicamente corretto” sia sostenuto e caldeggiato, nella realtà delle cose esistono ancora concorsi “riservati” che, invece del curriculum, tengono conto del colore della mostrina che si porta sul bavero. E il verde, a quanto pare, sta bene su tutto.

Finalmente è giusto il momento di rendere le FFAA più trasparenti e, soprattutto, rompere quell’ipocrisia che dietro le belle parole che definiscono “primarie” le esigenze di Forza Armata, in realtà nascondono le solite esigenze degli amici degli amici. 

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