
Burro contro cannoni: l’Europa scopre il prezzo della sicurezza
Per anni i leader europei hanno ripetuto che la minaccia russa imponeva un salto di qualità nella spesa militare. Per anni hanno parlato di riarmo, autonomia strategica, deterrenza e preparazione a un conflitto ad alta intensità. Poi è arrivato il momento di firmare gli assegni. E lì la retorica si è scontrata con la realtà.
Le dimissioni del ministro della Difesa britannico John Healey rappresentano un segnale politico molto più importante di quanto sembri. Healey non ha lasciato per uno scandalo o per una lotta di potere interna. Ha lasciato perché ritiene che il governo non stia mettendo sul tavolo le risorse necessarie per garantire la sicurezza nazionale.
La disputa riguarda cifre che, lette nel contesto del bilancio britannico, appaiono quasi irrilevanti. Healey chiedeva una spesa militare pari al 3% del Pil entro il 2030. Il governo si è fermato al 2,68%. Il ministero della Difesa voleva 18 miliardi di sterline aggiuntivi all’anno; ne arriveranno circa 13,5, di cui soltanto 10 realmente nuovi. Una differenza che, su una spesa pubblica complessiva di 1.300 miliardi di sterline, dovrebbe essere teoricamente gestibile.
Eppure non lo è.
Il vero problema non è la mancanza di denaro. È la totale incapacità della politica europea di ridurre qualunque forma di spesa sociale, anche quando gli importi sono modesti. Nel Regno Unito sono bastati tentativi limitati di restringere i sussidi per il riscaldamento ai pensionati o di ridurre alcune prestazioni di invalidità per scatenare rivolte parlamentari e costringere il governo alla retromarcia.
In altre parole, l’Europa continua a voler più difesa senza rinunciare a nulla del proprio welfare. Vuole i cannoni, ma senza toccare il burro.
È una contraddizione destinata a diventare sempre più evidente. La Gran Bretagna deve modernizzare il deterrente nucleare, finanziare il programma di caccia di nuova generazione con Italia e Giappone e ricostruire capacità terrestri ormai logorate da decenni di sottoinvestimenti. Tutto questo richiede risorse permanenti, non annunci.
Lo stesso dilemma si sta preparando altrove. In Francia esiste ancora un consenso politico relativamente ampio sul rafforzamento della difesa. Ma quel consenso rischia di evaporare nel momento in cui Parigi sarà costretta a ridurre un deficit pubblico ormai fuori controllo. In Germania il riarmo procede grazie al debito. Ma il debito non è una fonte inesauribile di finanziamento. Quando lo spazio fiscale si restringerà, Berlino dovrà scegliere tra spesa sociale, transizione energetica e difesa.
Finora i governi europei hanno evitato questa discussione. Hanno preferito raccontare che la sicurezza può essere ottenuta senza sacrifici. Che basta aumentare il deficit, rinviare le decisioni o distribuire i costi nel tempo.
Ma la matematica di bilancio è meno indulgente della politica.
Per decenni l’Europa ha vissuto sotto l’ombrello strategico americano, potendo destinare quote crescenti della spesa pubblica a pensioni, sanità e welfare. Oggi quel mondo non esiste più. La guerra è tornata nel continente, Washington chiede agli alleati di spendere di più e il costo della deterrenza non può più essere delegato.
La lezione delle dimissioni di Healey è semplice: il problema della difesa europea non è militare. È politico. I governi continuano a promettere sicurezza, ma gli elettori continuano a votare per chi garantisce trasferimenti sociali. Fino a quando questa contraddizione non verrà risolta, il riarmo europeo rischierà di restare soprattutto uno slogan.
E tra burro e cannoni, l’Europa continua a scegliere il burro.


