
Russia/Ucraina: la lenta marcia dell’Europa verso la realtà
Per oltre tre anni l’Europa ha costruito la propria strategia sull’Ucraina attorno a una convinzione semplice: il tempo lavorava contro la Russia. Le sanzioni avrebbero strangolato Mosca, l’economia russa sarebbe collassata, Putin sarebbe stato costretto a trattare e l’Ucraina avrebbe progressivamente recuperato terreno.
Oggi quella narrazione mostra crepe sempre più evidenti.
Le parole del portavoce del governo tedesco Stefan Kornelius sulla necessità di aprire una nuova fase di dialogo e di “riorientamento” rappresentano molto più di una semplice sfumatura diplomatica. Nel linguaggio delle cancellerie europee significa una cosa precisa: Berlino sta iniziando a preparare l’opinione pubblica a un cambiamento di posizione.
Non perché la Germania sia diventata improvvisamente filorussa. Ma perché la realtà strategica sta imponendo un ripensamento.
Nel 2014 Angela Merkel e François Hollande riuscirono a gestire il processo di Minsk perché esistevano ancora canali di comunicazione con Mosca. I rapporti economici continuavano, gli investimenti proseguivano e, soprattutto, esisteva una rete di contatti politici informali che permetteva di mantenere aperto il dialogo.
Oggi tutto questo non esiste più.
L’Europa ha interrotto simultaneamente i canali diplomatici, economici e politici con la Russia. Ha trasformato il conflitto in una battaglia morale prima ancora che geopolitica. E quando una guerra diventa una crociata morale, ogni compromesso viene percepito come una sconfitta.
Il problema è che le guerre finiscono quasi sempre con un compromesso.
Nemmeno Donald Trump, nonostante il rapporto personale con Putin e la disponibilità a discutere un alleggerimento delle sanzioni, è riuscito a ottenere una svolta negoziale. Pensare che possa riuscirci Bruxelles mantenendo le stesse condizioni massimaliste appare poco realistico.
Tra queste spicca la richiesta che la Russia paghi le riparazioni per la ricostruzione ucraina. Più che una precondizione negoziale, sembra una dichiarazione politica destinata a scontrarsi con la realtà. Molti governi europei hanno giustificato ai propri elettori i prestiti concessi a Kiev sostenendo che un giorno sarebbero stati ripagati da Mosca. Ma nessuno dei protagonisti reali della diplomazia ritiene plausibile una confisca degli asset russi su scala sufficiente a coprire quei costi.
Prima o poi questa narrativa dovrà essere abbandonata.
A complicare ulteriormente il quadro vi è il conflitto con l’Iran. La guerra in Medio Oriente ha prodotto due effetti immediati: ha ridotto la disponibilità occidentale di missili per la difesa aerea e ha sostenuto i prezzi energetici, offrendo nuova ossigenazione finanziaria alla Russia.
Questo non significa che Mosca stia vincendo la guerra. Ma significa che la convinzione europea secondo cui il Cremlino sarebbe ormai prossimo al collasso appare sempre meno credibile.
Anche la Russia non sembra pronta a una vera trattativa. Putin continua a ritenere che il tempo giochi a suo favore e che ulteriori avanzamenti militari possano migliorare la propria posizione negoziale.
Per questo motivo la tanto evocata “fase di riorientamento” sarà probabilmente lunga e dolorosa.
La vera sfida non sarà convincere Mosca. Sarà convincere le opinioni pubbliche europee che per anni sono state alimentate con aspettative irrealistiche sulla possibilità di una vittoria completa dell’Ucraina e di una sconfitta strategica della Russia.
La diplomazia non inizia quando si organizza un vertice. Inizia quando si accetta la realtà.
E la realtà che Berlino sembra aver finalmente compreso è che nessuna guerra termina alle condizioni desiderate da una sola delle parti. Soprattutto quando entrambe credono ancora di poter ottenere qualcosa di più sul campo di battaglia.
LA SASSATA

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