Caro direttore,
il celebre ospedale del Papa, che rappresenta anche uno dei principali ospedali italiani, ospita la prima maternità della Capitale e del centro sud per numero di neonati. Tuttavia, è oggetto di numerosi scandali, tutti rigorosamente e adeguatamente silenziati, artatamente coperti da una coltre di silenzio. Tranne che da Sassate.it (leggi qui) Questo turba umanamente chi vive lavorando da tanto tempo in questo settore e mette a rischio i pazienti e l’immagine della nostra disciplina. Ecco i dati di alcuni, ma altri possono seguire, se ci aiuterete ad accendere la luce su questa vicenda.

a) Un anno fa, un intero posto letto della terapia intensiva neonatale (n.14) è stato sequestrato e bloccato. Un caso di presunta malasanità? Forse. Ma non se ne è saputo niente, nonostante l’enormità della situazione. Si trattava di un neonato morto forse per un’embolia gassosa (un’iniezione d’aria) causata da un errore del personale nella somministrazione di una terapia endovenosa. Cosa facilissima da evitare, nota anche ai non addetti ai lavori: di solito si finisce sui giornali per molto meno. Noi ci vergogniamo per errori simili in un centro universitario come il nostro, una volta di alto livello. In Italia non abbiamo mai sentito di un intero posto letto sequestrato in una unità di Neonatologia. E mai sentito di un tale errore.

b) Più di recente, segnaliamo una epidemia di un germe multiresistente e molto aggressivo (Klebsiella species) che ha causato diversi morti e molti contagi. La terapia intensiva neonatale è stata chiusa, i bambini gravi che necessitavano della terapia intensiva sono stati trasferiti altrove. Le accettazioni sono state bloccate e nessuno, all’esterno, ha saputo nulla a riguardo. Il servizio di “trasporto emergenza neonatale” della Regione Lazio (che trasporta i neonati gravi che necessitano di terapia intensiva nei vari ospedali secondo le disponibilità di posti letto) non era a conoscenza né della chiusura né dell’epidemia. E nemmeno gli altri ospedali e i mezzi di informazione. Ricordiamo in Lombardia la risonanza data ad un caso molto meno grave, che ha portato alla chiusura della Neonatologia bresciana e a varie inchieste giornalistiche. Inoltre, molto recentemente, alcuni bambini nati in altri ospedali e poi trasportati al Gemelli, si sono visti “colonizzati” da tale germe, mentre sono stati trasferiti nella speranza che la Neonatologia del grande policlinico potesse salvarli con le sue tecniche. Difficile accettare tutto questo silenzio.

c) La Neonatologia, così come la scuola di specializzazione annessa, non ha più un professore ordinario che ne sia direttore, come avveniva in passato. Il posto è retto da un professore associato, diventato tale in maniera a dir poco discutibile: ha, infatti, ottenuto l’abilitazione alla docenza senza averne tutti i requisiti, al punto che alcuni colleghi hanno descritto queste incongruenze sulla stampa scientifica internazionale – vedasi il “Lancet” 2016;388(10044):563. doi:10.1016/S0140-6736(16)31218-1 – senza che neanche questo abbia avuto risalto pubblico. Ha ottenuto il posto da primario, senza alcun concorso, dopo che l’università aveva espletato un concorso da professore ordinario vinto da un altro collega che poi, stranamente, non ha mai preso servizio. Anche questo caso abbastanza insolito, per non dire unico, non ha mai avuto risonanza mediatica. Guarda caso il reggente è marito di una alta dirigente del Policlinico.

d) Come risultato del combinato disposto di queste scellerate, la Neonatologia, da settore di punta con risultati scientifici eccellenti e tante possibilità di crescita e sviluppo, nonostante avesse locali angusti e pochi posti letto, si ritrova ora con locali nuovissimi, ma un livello scientifico estremamente basso. E una “fama” purtroppo immaginabile, di cui tutti ridono a bassa voce nell’ambiente accademico. La prova? Per lungo tempo è stato impossibile assumere giovani neonatologi e il personale medico è stato carente. Per la prima volta nella nostra lunga e onorata storia, nonostante la presenza di una scuola (o almeno i residui di essa) che forma giovani pediatri, nessun giovane specialista ha voluto restare, preferendo lavorare in ospedali romani non universitari, oppure in ospedali periferici o addirittura in provincia. Segno evidente del livello clinico e della fama che abbiamo raggiunto. Solo da pochissimo, pregando in giro per l’Italia, si è riusciti ad assumere qualcuno che volesse venire al Gemelli e quindi a Roma (magari per ragioni non lavorative). Una volta, solo pochi anni fa, c’era una lunga fila di aspiranti. Chi lavora da tanti anni in questa struttura ricorda bene tutto questo e prova un grande rammarico nel vedere questa situazione ogni giorno. Pur cercando di fare del proprio meglio per cambiare la situazione, dando il proprio contributo, purtroppo resta senza esito e senza ascolto da parte dei decisori.

d) Non da ultimo, segnaliamo che, pur con tutta la buona volontà, l’ambiente di lavoro è diventato malsano, pieno di invidie, sfiducia, preoccupazioni e paura che non fanno che rendere ancora più pensato un clima già teso e negativo (altro motivo per cui nessuno vuole lavorare più qui). Tutto ciò fiacca le forze e la volontà di impegnarsi per una istituzione, che ricordiamo grande, ma che oggi è scientificamente, umanamente e moralmente piccolissima. Tutto ciò, però, mette soprattutto a rischio i bambini: si sbaglia di più in un ambiente di lavoro malsano. Si sbaglia gravemente se si tratta di una terapia intensiva: c’è molta letteratura scientifica sul tema e nessuno si stupirà se ci saranno altri problemi ed errori clinici o ulteriori ripercussioni negative, anche sul personale paramedico.

Con la speranza nel cuore, auspichiamo che scelte adeguate vengano prese per salvare la nostra Neonatologia e, con essa, l’assistenza ai bambini gravi della Capitale e la formazione dei medici di nuova generazione di cui il nostro Paese ha tanto bisogno, come si legge sulla stampa in questo periodo.

Un gruppo di medici e infermieri del Gemelli di Roma

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