Groenlandia: una proposta italiana per trasformare l’Artico in un patto strategico

Groenlandia: una proposta italiana per trasformare l’Artico in un patto strategico

06 gennaio 2026

La Dottrina Monroe, proclamata nel 1823, nasceva come avvertimento alle potenze europee: l’emisfero occidentale non era più terreno di caccia coloniale. Non implicava, almeno formalmente, che Washington dovesse trasformarsi nel tutore permanente dei Paesi latino-americani. Era una linea rossa geopolitica, non una licenza di intervento illimitato.

La versione contemporanea, quella rilanciata dall’amministrazione Donald Trump, è però più muscolare e meno ambigua. L’operazione in Venezuela segna un salto di qualità: non semplice pressione diplomatica, ma estrazione forzata del problema. Le parole del Segretario di Stato Marco Rubio – “non è una guerra, è una guerra al narcotraffico” – sono un esercizio semantico. Una guerra resta una guerra, anche quando si ridefinisce il nemico per renderla politicamente digeribile.

Il messaggio strategico, tuttavia, è chiarissimo: l’emisfero occidentale non deve diventare una piattaforma operativa per avversari, competitori o rivali degli Stati Uniti. Punto. Maduro, destinato con ogni probabilità a un carcere federale americano, è solo il primo tassello di una dottrina che torna esplicitamente zero-sum.

Il problema è che, una volta riattivata, la Dottrina Monroe tende a espandersi. E qui entra in gioco la Groenlandia. Formalmente è Europa, sostanzialmente è Artico, strategicamente è un hub critico per difesa, rotte marittime, risorse minerarie e controllo dei choke point del Nord Atlantico. Non sorprende che Trump abbia dichiarato che gli Stati Uniti “hanno bisogno della Groenlandia per la sicurezza nazionale”, lasciando intendere che la questione non sia negoziabile.

Le reazioni di Mette Frederiksen e del governo danese sono state durissime, mentre la leadership groenlandese ha provato a tenere aperto uno spiraglio: dialogo sì, annessione no. Tradotto: trattiamo, ma alle nostre condizioni e nel perimetro del diritto internazionale.

Uno sbarco militare americano resta improbabile. Molto più plausibile è una pressione diplomatica, economica e securitaria crescente, accompagnata da offerte “irrinunciabili”. Il classico approccio trumpiano: molto bastone, poca carota. Ma qualche carota, alla fine, arriva sempre.

Ed è qui che l’Italia – e l’Europa – dovrebbero smettere di balbettare. Roma potrebbe avanzare a Washington una proposta più intelligente e sistemica per affrontare il dossier Groenlandia e, più in generale, la sicurezza artica:

1. Firmare un nuovo accordo di difesa con la Danimarca sulla Groenlandia, rafforzando il perimetro NATO senza scardinare la sovranità danese.

2. Lanciare un patto di difesa artico sul modello AUKUS, coinvolgendo le nazioni artiche e il Regno Unito, per coordinare deterrenza, tecnologia e presenza militare.

3. Creare il consorzio “Northern Corridor” per materie prime critiche, commercio e filiere di approvvigionamento artiche, integrando sicurezza e industria.

Sarebbe una vittoria per tutti: per gli Stati Uniti, che otterrebbero stabilità e accesso; per l’Europa, che eviterebbe l’umiliazione geopolitica; e per l’Italia, che tornerebbe a giocare una partita strategica vera.

In un mondo che torna ottocentesco, servono risposte da potenza adulta, non comunicati da condominio.