
Guerra: l’Europa stretta tra due shock
Per l’Europa, la guerra con l’Iran non è un singolo shock. Sono almeno due, simultanei e interconnessi: petrolio e gas. E il secondo rischia di essere il più destabilizzante.
Il mercato ha già iniziato a prezzarlo. Gli attacchi al terminal di Ras Laffan — cuore dell’export LNG del Qatar — hanno messo fuori uso circa il 17% della capacità. Tempi di ripristino stimati: fino a cinque anni. Non è un’interruzione tattica. È una frattura strutturale.
Il punto chiave è che questa crisi non si somma a quella del 2022. Ne è la conseguenza diretta.
Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’Europa ha smantellato il proprio modello energetico basato sul gas pipeline, sostituendolo con LNG. Nel 2021 il GNL rappresentava circa il 20% delle importazioni europee. Oggi sfiora il 50%. Questo significa una cosa: maggiore esposizione al mercato globale, quindi maggiore vulnerabilità agli shock esterni.
Il Qatar è il secondo esportatore mondiale di LNG, circa 110 bcm annui — un ordine di grandezza comparabile al gas russo perso nel 2022. E anche se gran parte dei suoi flussi va in Asia, il problema è sistemico: quando manca offerta, la competizione diventa globale.
Se Doha non consegna, i buyer asiatici si spostano altrove. E competono con l’Europa. Risultato: prezzi più alti, volatilità maggiore, sicurezza energetica più fragile.
Non a caso, il TTF ha già superato i €60/MWh.
Il quadro peggiora ulteriormente con la dichiarazione di force majeure su contratti di lungo termine. Anche l’Italia è esposta. Questo significa che volumi “garantiti” diventano improvvisamente contendibili sul mercato spot.
E poi c’è il problema del domani.
Il mercato contava su una massiccia espansione della capacità LNG, con il progetto North Field East in prima linea. Ma guerra e danni infrastrutturali mettono a rischio tempi e investimenti. Meno capacità futura significa prezzi strutturalmente più alti.
Infine, lo stato delle scorte.
L’Europa entra nella primavera con stoccaggi al 28%, contro una media quinquennale del 42%. L’inverno mite ha evitato il peggio, ma ora il sistema parte in ritardo. E dovrà riempire i depositi in un contesto di offerta incerta e competizione globale.
Tradotto: più domanda, meno offerta, prezzi più alti.
L’illusione europea era di aver sostituito la dipendenza russa con una maggiore sicurezza. In realtà, ha solo cambiato il tipo di rischio: da geopolitico bilaterale a sistemico globale.
E nei mercati globali, quando arriva lo shock, non esistono fornitori “di riserva”. Esiste solo il prezzo.
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