
Quando la guerra diventa esistenziale: l’errore su South Pars e il cambio di paradigma energetico
C’è una frase di Sun Tzu che tutti citano e quasi nessuno applica: conosci il tuo nemico. Non le sue armi. Non solo le sue mosse. Le sue motivazioni. Perché è lì che si decide l’escalation.
In quest’ottica, l’attacco israeliano al giacimento iraniano di gas South Pars potrebbe rivalersi tragico errore strategico. Per Teheran questa guerra non è un dossier regionale: è sopravvivenza del regime. E quando una guerra diventa esistenziale, la risposta non è proporzionata. È speculare, amplificata, inevitabile.
Infatti è arrivata puntuale. Colpire Ras Laffan l’impianto dove transita il 20% dell’offerta globale di gas naturale liquefatto, non è solo una ritorsione: è un messaggio. Se toccate il nostro upstream, noi distruggiamo il vostro export. Se colpite la produzione, noi colpiamo la capacità di monetizzarla.
Qui il mercato smette di essere finanziario e torna fisico. Brent a 114 dollari non è un’eccesso di speculazione: è il prezzo di un sistema che scopre di essere fragile. Il TTF a 70 euro riflette la stessa dinamica. Non si tratta solo della strozzatura di Hormuz. E’ molto peggio. Stiamo entrando nella fase in cui non si minacciano più i flussi: si distruggono le infrastrutture.
E questo cambia tutto.
Chiudere uno stretto è, per definizione, temporaneo. Danneggiare Ras Laffan no. Il più grande hub LNG del mondo compromesso significa una cosa sola: anche quando la guerra finirà, l’offerta non tornerà subito. Il danno è intertemporale. E arriva nel momento peggiore, mentre il Qatar stava pianificando l’espansione del North Field.
La reazione americana è altrettanto rivelatrice. Dare la colpa a Israele è un tentativo di prendere distanza da una dinamica che evidentemente non controllano. È il segnale più chiaro: non stanno gestendo le conseguenze di secondo ordine.
Il risultato e’ che nei prossimi mesi l’Europa dovrà fare i conti con un impennata degli input produttivi: non solo gas ed elettricità ma anche carburanti, prodotti chimici, beni alimentari.
La pandemia lo aveva già mostrato. Il 2022 lo ha confermato. Ora stiamo stressando il sistema al limite. Non è più un rischio teorico. È un cambio di regime.


