
I dazi di Trump non sono morti. E se c’è chi festeggia vuol dire che non ha capito nulla
Quando la Corte Suprema americana ha demolito la base giuridica dei cosiddetti “Liberation Day Tariffs”, molti osservatori europei hanno brindato convinti di assistere alla fine della stagione protezionista trumpiana. Ancora una volta, però, l’establishment occidentale ha confuso un incidente procedurale con una sconfitta politica.
La sentenza non ha bocciato i dazi. Ha semplicemente stabilito che il presidente non poteva utilizzare l’International Emergency Economic Powers Act del 1977 per giustificarli. In altre parole, la Corte ha contestato il veicolo normativo, non la destinazione.
Trump lo ha capito immediatamente. Ha utilizzato la Sezione 122 del Trade Act del 1974 per mantenere in vita temporaneamente le tariffe e, nel frattempo, ha lavorato alla costruzione di una nuova architettura legale. Il risultato è arrivato questa settimana sotto forma di una maxi-indagine della U.S. Trade Representative contro 59 Paesi più l’Unione Europea.
L’accusa è quasi surreale. Tutti vengono sostanzialmente accusati di non contrastare adeguatamente l’importazione di beni prodotti con lavoro forzato. Nel caso dell’Europa, addirittura di non applicare con sufficiente rigore una normativa che Bruxelles ha imposto al proprio sistema industriale tra le proteste degli stessi imprenditori europei.
Chiunque abbia seguito il dibattito sulla direttiva europea sulle catene di fornitura non può che sorridere amaramente. Per anni le imprese hanno denunciato costi burocratici crescenti e obblighi sempre più stringenti per dimostrare l’assenza di lavoro forzato lungo l’intera filiera. Oggi Washington sostiene che tutto questo non sia sufficiente.
Ma sarebbe un errore concentrarsi sulla credibilità dell’argomento. Il tema del lavoro forzato è soltanto il pretesto. L’obiettivo reale è un altro: ricostruire integralmente il sistema tariffario esistente su fondamenta legali più solide.
La differenza è enorme.
La Sezione 301 del Trade Act rappresenta infatti uno degli strumenti più collaudati della politica commerciale americana. È stata utilizzata ripetutamente da amministrazioni repubblicane e democratiche per imporre tariffe, quote e restrizioni commerciali. I tribunali possono sindacarne il rispetto delle procedure, ma storicamente hanno lasciato ampio spazio discrezionale all’esecutivo sulle valutazioni di merito.
Ed è proprio questo il punto che molti continuano a sottovalutare.
Le future battaglie giudiziarie probabilmente non riguarderanno il diritto dell’amministrazione di imporre dazi. Riguarderanno semmai la qualità dell’indagine, la robustezza delle motivazioni e il rispetto delle procedure amministrative. Potranno produrre ritardi. Potranno costringere la USTR a integrare documentazione e prove. Ma difficilmente smantelleranno l’intero impianto.
La vera lezione è che il protezionismo americano non è un fenomeno passeggero legato alla personalità di Donald Trump. È diventato una componente strutturale della strategia economica statunitense. Cambiano le giustificazioni, cambiano gli strumenti normativi, ma la direzione resta la stessa.
Per anni si è sostenuto che la globalizzazione fosse irreversibile. Oggi Washington sta dimostrando esattamente il contrario.
Chi continua ad attendere una restaurazione dell’ordine commerciale precedente al 2017 rischia di attendere molto a lungo. La questione non è più se i dazi sopravviveranno. La questione è quanto lontano si spingeranno.


