
I dazi non sono il processo: è il potere
Nei prossimi giorni la Supreme Court of the United States dirà se il presidente può usare lo stato d’emergenza come scorciatoia permanente per riscrivere la politica economica.
Il mercato ha già fiutato l’aria: le probabilità pendono verso l’invalidazione. Non per ideologia, ma per struttura. I giudici hanno chiarito il punto chiave: i dazi sono potere del Congresso, non una leva elastica dell’esecutivo. L’IEEPA non è nata per governare il commercio globale, e usarla così significa scardinare l’equilibrio dei poteri. È la major questions doctrine applicata al portafoglio degli americani.
Se i dazi cadono, Trump non resterà disarmato. Userà altri strumenti – più lenti, più stretti, più selettivi – e soprattutto più politici. Meno guerra totale, più chirurgia: esenzioni, carve-out, ricalibrazioni. Un dazio meno ideologico e più elettorale. Direzione chiara: aliquote effettive più basse, anche se il rumore resterà alto.
Se invece la Corte sorprende e convalida l’IEEPA, l’impatto sarà violento ma breve. I dazi non reggono nel tempo perché colpiscono il consumatore, e il 2026 è anno di midterm. La pressione per le esenzioni tornerà comunque, perché l’inflazione da tariffe è politicamente tossica.
Il vero tema è altrove. Questa sentenza dirà se l’America sta normalizzando il governo per emergenza. Se l’IEEPA viene contenuta, il messaggio è chiaro: il presidente non può governare l’economia a colpi di proclamazione. Se passa una lettura ampia, allora il precedente è devastante: ogni crisi diventa un lasciapassare.
Non è una battaglia sui dazi. È un referendum silenzioso su chi comanda davvero. E Wall Street, per una volta, lo ha capito prima della politica.


