
Marco Mancini, il “super‑tecnico” della Bernini che piace a tutti… soprattutto a se stesso
C’è un mistero — ma neanche troppo — che da mesi circola nei corridoi del Ministero dell’Università e della Ricerca: perché la ministra Anna Maria Bernini abbia deciso di consegnare le chiavi del palazzo a Marco Mancini, figura storicamente collocata nel salotto buono del centrosinistra.
Una scelta che, più che stupire, lascia quella classica scia di odore acre: quando qualcosa non torna, di solito vuol dire che torna fin troppo bene per qualcuno.
Il tecnico bipartisan… ma solo quando conviene
Mancini si è fatto un curriculum importante, per carità. Una vita nelle stanze che contano: governi Letta, Renzi, Gentiloni, dipartimenti strategici, un posto fisso nell’accademia che decide davvero. E una firma, non esattamente neutrale, all’appello per Roberto Gualtieri sindaco di Roma.
Insomma, super partes sì, ma solo se la “parte” è quella giusta.
E allora la domanda resta: Bernini, perché?
Mistero. Silenzi. Sopracciglia alzate.
In ambienti ministeriali gira la voce di un “patto”: una tregua tra vecchie élite accademiche e l’attuale governo. Una tregua che però, guarda caso, ha un unico vincitore visibile: sempre lui, Mancini.
Tre incarichi per domarli tutti
Qui inizia la parte divertente — si fa per dire. Marco Mancini oggi è:
Segretario Generale del MUR (quello che dovrebbe essere super neutrale),
membro della Commissione di riforma dell’università, che ha partorito la famigerata riforma della governance (quella che nessuno ha ancora visto, ma tutti temono),
e Presidente del CNVR, che decide criteri e selezione dei progetti di ricerca, cioè i soldi.
Tre poltrone: una per il cervello, una per la mano destra, una per la mano sinistra.
E l’idea che la stessa persona diriga il ministero e giudichi i progetti del ministero non sembra creare imbarazzi. In qualunque Paese normale sarebbe un problema. In Italia, al massimo, una nota di colore.
A completare il quadro, la proroga fino al 2027: perché quando il potere gira bene, meglio non rischiare di perderlo.
Il blocca-decreti
Poi c’è la questione dei decreti fermi al MUR.
Per coincidenza — sempre lei, la provvidenziale coincidenza — tra i provvedimenti congelati c’è proprio quello sulla governance universitaria… scritto dalla commissione in cui siede Mancini.
Ma non basta:
tavoli di lavoro bloccati,
decreti per le università telematiche spariti dai radar,
la regolamentazione degli esami online parcheggiata in qualche cassetto.
Risultato?
L’impressione diffusa è che Mancini sia diventato l’imbuto perfetto: nulla passa se non conviene alla vecchia guardia accademica, quella che lo ha sempre considerato un alleato prezioso.
La rete che non si rompe mai
CRUI, ANVUR, CNVR: la triade sacra dell’accademia italiana. Mancini c’è sempre. È la figura solida, affidabile, amica dei rettori storici.
Una rete che non si costruisce in un giorno e che, guarda caso, oggi permette di governare tutto senza apparentemente governare niente.
Semplice, elegante, perfettamente italiano.
Conclusione: non è una nomina tecnica. È politica. Punto.
La verità è che questa nomina non ha nulla del tecnicismo, dell’efficienza o della neutralità.
È una scelta di potere. Una decisione politica mascherata da competenza.
Una mossa che spacca il mondo accademico e lascia una domanda che brucia:
Insomma: chi comanda davvero al MUR — la ministra o il suo Segretario Generale?


