
Il dossier dell’ex-Ilva e il vuoto di comando
Urso sta provando a coinvolgere partner industriali italiani agganciandoli al fondo americano chiamato a rilevare l’ex Ilva. Ma il problema è evidente: gli italiani non ci credono. O, più precisamente, non si fidano. E non per pregiudizio ideologico, bensì per semplice razionalità industriale.
La priorità, oggi, non è la composizione dell’azionariato. È che Taranto produca. Senza produzione non c’è acciaio, senza acciaio manca il materiale, e senza materiale qualunque piano industriale è solo carta. Coinvolgere soggetti italiani in un asset che non ha continuità operativa, né visibilità regolatoria, né certezza sugli investimenti ambientali è chiedere un atto di fede, non un investimento.
Il vero nodo resta politico-istituzionale. Il dossier Ilva è spaccato in due: da una parte il MIMIT, dall’altra Palazzo Chigi. Questa divaricazione è letale. Un’operazione di questa scala non può essere gestita da un ministero isolato, privo di strategia industriale nazionale. Se il timone non lo tiene uno solo, la nave non va da nessuna parte.
In questo contesto, la tenacia con cui Urso insiste nel voler mantenere il dossier appare sempre più inspiegabile. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: produzione intermittente, credibilità azzerata, partner scettici, commissariamento infinito che non risolve nulla. È una gestione fallimentare che si autoalimenta.
La domanda, allora, è semplice: che cosa aspetta Palazzo Chigi a togliere Ilva dalle mani del MIMIT e dei commissari e a prendere direttamente il comando? Se l’acciaio è davvero strategico, come si ripete da anni, allora serve una regia unica, politica e industriale, non un rimpallo permanente di responsabilità. Il tempo delle finzioni è finito. Taranto non aspetta. E nemmeno il mercato.


