
IL PARADOSSO DI RUTTE: SENZA RAFFINERIE L’EUROPA È ESPOSTA
Per quattordici anni Mark Rutte ha guidato i Paesi Bassi, uno dei principali poli europei della raffinazione. Un’occasione lunga abbastanza per rafforzare la sicurezza energetica del Paese. Eppure il suo governo ha chiuso Groningen, il più grande giacimento di gas d’Europa, imposto una moratoria quinquennale sulle attività di ricerca e produzione di gas da scisti e aggiunto un’imposta nazionale sulle emissioni industriali al sistema europeo di scambio delle quote di CO₂.
Ora Rutte ha cambiato incarico. Da segretario generale della NATO avverte che la riduzione della capacità di raffinazione europea è un rischio per la sicurezza: in caso di guerra, dice, al continente serviranno «enormi quantità di gasolio e di tutti i prodotti petroliferi».
Il problema, naturalmente, è reale. Le raffinerie non si ricostruiscono dall’oggi al domani e, senza capacità propria, l’Europa dipende dalle importazioni proprio quando una crisi può interromperle. Ma l’allarme suona paradossale se a lanciarlo è chi, da capo del governo di un Paese strategico per la raffinazione, ha sostenuto politiche che hanno ristretto l’offerta energetica e reso più difficile investire nei combustibili fossili.
La sicurezza energetica non diventa essenziale soltanto quando si parla di guerra. È parte della sicurezza nazionale anche in tempo di pace. L’Europa, invece, l’ha trattata per anni come una questione secondaria, confidando che gas, carburanti e prodotti raffinati sarebbero sempre arrivati da qualche parte.
Adesso Rutte ne riconosce il valore strategico. Meglio tardi che mai. Ma sarebbe utile ricordare che la vulnerabilità europea non è comparsa all’improvviso: è anche il risultato di scelte politiche compiute mentre lui era al governo.


