
La crisi di Ceuta e il nuovo asse Trump-Marocco
Per anni Ceuta è stata una ferita geopolitica mai rimarginata. L’enclave spagnola sulla costa africana è stata usata da Rabat come leva negoziale contro Madrid e Bruxelles, aprendo o chiudendo i rubinetti dell’immigrazione a seconda delle convenienze. Ma questa volta la scala è completamente diversa: circa 60.000 migranti hanno tentato di entrare nella città, costringendo la Spagna a mobilitare le forze armate e trasformando una crisi migratoria in una crisi strategica.
La spiegazione immediata punta alle tensioni tra Marocco e Algeria. Madrid negli ultimi mesi ha rafforzato i rapporti con Algeri, storico rivale di Rabat e sostenitore del Fronte Polisario nel Sahara Occidentale. Ma dietro l’esplosione della crisi potrebbe esserci qualcosa di più profondo: il consolidamento dell’asse tra il Marocco, Donald Trump e Israele.
Negli ambienti MAGA la Spagna è ormai diventata uno dei principali bersagli europei. Il governo di Pedro Sánchez è accusato di aver ostacolato gli Stati Uniti durante la guerra con l’Iran, limitando l’utilizzo delle basi militari di Rota e Morón, oltre a continuare a spendere meno del previsto per la difesa NATO. In questo clima alcuni influenti esponenti conservatori americani hanno rilanciato una tesi destinata a fare rumore: Ceuta e Melilla sarebbero territori marocchini ancora occupati dalla Spagna.
Una semplice provocazione accademica probabilmente. Ma non è certamente un mistero che l’amministrazione Trump abbia costruito negli ultimi anni un rapporto privilegiato con Rabat. Gli Accordi di Abramo del 2020 hanno normalizzato i rapporti tra Marocco e Israele e, come contropartita, Washington ha riconosciuto la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale, una svolta diplomatica che nessun presidente americano aveva mai concesso.
Da allora il partenariato si è rafforzato rapidamente. Accordi militari con Israele, cooperazione nella difesa, nuovi colloqui regionali sul Sahara e persino un’autostrada nel Sahara Occidentale intitolata a Donald Trump testimoniano quanto Rabat consideri strategica la relazione con Washington.
Per Pedro Sánchez la crisi arriva nel momento peggiore. Da un lato deve dimostrare di saper difendere i confini nazionali. Dall’altro rischia di alienarsi una parte della propria coalizione, tradizionalmente favorevole a un approccio molto più permissivo sull’immigrazione. La scelta appare obbligata: rafforzare il controllo delle frontiere senza rinunciare alla narrativa umanitaria.
Il governo ha già definito l’assalto a Ceuta un attacco all’integrità territoriale della Spagna e ha rapidamente rimpatriato oltre metà dei migranti entrati nell’enclave. È un segnale politico chiaro: anche la sinistra europea inizia a comprendere che il controllo delle frontiere non è più soltanto una questione migratoria.
La vera novità, tuttavia, è un’altra. L’immigrazione viene ormai utilizzata come strumento di pressione geopolitica. Rabat non sta semplicemente gestendo un flusso di persone: sta dimostrando di poter influenzare la stabilità di un Paese europeo sfruttando il proprio ruolo strategico e il sostegno americano. Ceuta diventa così il laboratorio di una nuova forma di guerra ibrida, nella quale migranti, diplomazia e alleanze militari si fondono in un’unica leva di potere. Chi controlla i flussi non controlla soltanto le frontiere. Controlla anche gli equilibri politici dell’Europa.
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