La grande ubriacatura del capitale

La grande ubriacatura del capitale

21 giugno 2026

L’America festeggia nuovi massimi di Borsa, l’Europa brinda alle banche, il Giappone scopre un entusiasmo che non vedeva dagli anni Ottanta. Eppure, dietro l’euforia, si intravede un fenomeno più profondo: il ritorno della grande mobilitazione del capitale. Per decenni economisti e banchieri centrali hanno raccontato la favola della stagnazione secolare, un mondo saturo di risparmio, povero di investimenti e incapace di generare domanda sufficiente. Il 2026 sembra aver preso quella teoria, averla accartocciata e gettata nel cestino.

Ovunque si guardi emergono operazioni straordinarie, aumenti di capitale, fusioni, acquisizioni, nuove emissioni, finanziamenti miliardari e programmi di spesa in conto capitale che ricordano più uno sforzo bellico che un normale ciclo economico. L’intelligenza artificiale è certamente il detonatore, ma sarebbe riduttivo attribuirle ogni merito. La sensazione è che si stiano riattivando gli animal spirits evocati da Keynes, con il mercato disposto a finanziare quasi qualsiasi progetto prometta produttività, sovranità tecnologica o vantaggi strategici.

La prova più evidente arriva dal comportamento degli investitori. Non comprano soltanto semiconduttori e memoria. Comprano banche, industriali, piccole capitalizzazioni e ciclici. Scommettono su una crescita nominale americana superiore al 5%, su un’inflazione moderatamente più elevata e su un’economia che continua a macinare investimenti nonostante il costo del denaro resti storicamente elevato.

Persino il memorandum tra Stati Uniti e Iran è stato rapidamente metabolizzato. Il petrolio è crollato, le curve temporali si sono sgonfiate e Wall Street ha fatto ciò che sa fare meglio: archiviare una guerra appena questa smette di rappresentare un rischio immediato per gli utili societari. Come a marzo, quando il cessate il fuoco mediorientale fu accolto con un’alzata di spalle e un nuovo allungo degli indici.

In questo quadro si inserisce Kevin Warsh. Il nuovo presidente della Fed ha esordito con toni più severi del previsto, ma con una chiarezza comunicativa che i mercati apprezzano quasi quanto un taglio dei tassi. Un vecchio governatore riassumeva il mestiere in due punti: indovinare la direzione dei tassi e dare l’impressione di sapere perfettamente cosa si sta facendo. Se questo è il criterio, la nuova Fed sembra aver superato il primo esame.

Ma non tutto luccica. Esiste una crepa sempre più evidente nel racconto dell’intelligenza artificiale. Da una parte ci sono coloro che incassano assegni: produttori di chip, memorie e infrastrutture. Dall’altra quelli che li firmano. Gli hyperscaler stanno spendendo l’equivalente del 100% dei flussi di cassa operativi in investimenti, suscitando interrogativi legittimi. È una disciplina che mancò completamente durante la bolla tecnologica del 1999 e che oggi gli investitori sembrano finalmente pretendere.

Il problema è che l’appetito per il rischio è già estremo. Le esposizioni lorde e nette dei fondi a leva si collocano nel novantasettesimo percentile degli ultimi tre anni. A gennaio il mercato era euforico. A marzo era quasi in panico. Oggi è tornato esattamente dove si trovava sei mesi fa: completamente investito.

Forse è proprio questa la lezione più interessante del 2026. La stagnazione secolare non è stata sconfitta da un miracolo della produttività né da una rivoluzione demografica. È stata travolta da una gigantesca corsa agli armamenti tecnologici, energetici e geopolitici. Una corsa che produce crescita, utili e record azionari, ma che richiede quantità sempre maggiori di capitale.

La domanda non è più se il mondo soffra di scarsità di investimenti. La domanda è quanto a lungo gli investitori continueranno a finanziare una festa nella quale, sempre più spesso, i camerieri guadagnano molto più degli organizzatori del banchetto.