Di nuovo Versailles, ma stavolta al contrario

Di nuovo Versailles, ma stavolta al contrario

19 giugno 2026



Lo chiamano l’accordo di Versailles. E, per una volta, il paragone storico non è soltanto un esercizio di estetica geopolitica caro a Donald Trump.

Nel 1919, a Versailles, i vinti pagarono. Nel 2026, a Versailles, paga chi sostiene di aver vinto.

Trecento miliardi di dollari per la ricostruzione iraniana, sanzioni da alleggerire, beni congelati da scongelare, aperture commerciali da valutare. Non male per un regime che fino a poche settimane fa Washington considerava un bersaglio da neutralizzare e che oggi viene trattato come un interlocutore da convincere con incentivi finanziari. Non è Versailles. È il piano Marshall applicato al presunto sconfitto.

L’idea è semplice: gli Stati Uniti comprano buona volontà sperando di ottenere moderazione nucleare. Il problema è che la buona volontà si paga subito, mentre la moderazione arriva forse, un giorno, e soltanto se a Teheran lo riterranno conveniente.

JD Vance prova a rassicurare i falchi repubblicani. Nessun assegno in bianco, dice. I soldi arriveranno solo se l’Iran si comporterà bene. Ma aggiunge anche che Washington dovrà compiere piccoli gesti per dimostrare la propria serietà. Peccato che quei gesti potrebbero presto trasformarsi in violazioni della legge americana.

Nel 2015 il Congresso approvò l’INARA, imponendo al presidente di sottoporre qualsiasi accordo sul nucleare iraniano all’esame parlamentare entro cinque giorni. Trump ha già lasciato intendere di essere pronto a farlo. «Chi mai potrebbe opporsi?», si è chiesto. Probabilmente parecchi esponenti del suo stesso partito.

Una volta trasmesso al Congresso, scatterebbe infatti una finestra di revisione di trenta giorni durante la quale il presidente non potrebbe sospendere né alleggerire alcuna sanzione prevista dalla legge. E se il Congresso bocciasse l’intesa, anche le concessioni simboliche già offerte all’Iran diventerebbero illegali.

Come se non bastasse, c’è la questione dei Pasdaran. Secondo disposizioni attivate nel 2024 e confermate dalla stessa amministrazione Trump nell’aprile 2025, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche non può essere rimosso dalla lista delle organizzazioni terroristiche almeno fino al 2029, dopo gli attacchi contro interessi e cittadini americani.

Ed ecco il paradosso perfetto. Washington promette di normalizzare i rapporti con un sistema economico e politico dominato proprio dall’organizzazione che, per legge, non può smettere di considerare terroristica.

Versailles 1919 punì il perdente. Versailles 2026 rischia di punire il vincitore. E forse la domanda più interessante non è se Teheran manterrà gli impegni. Ma se Donald Trump riuscirà a mantenere i propri.