La Groenlandia non è il punto: è il messaggio.

La Groenlandia non è il punto: è il messaggio.

19 gennaio 2026

La Groenlandia è un diversivo. Ma è un diversivo che segnala qualcosa di molto più profondo. La domanda giusta non è perché Washington sia disposta a irritare così apertamente l’Europa per un territorio strategicamente rilevante ma tutt’altro che centrale. La domanda è: perché farlo adesso?

La risposta è semplice e scomoda. L’amministrazione Trump sa che nei prossimi 12–18 mesi i rapporti con l’Europa peggioreranno comunque, e in modo ben più violento. La Groenlandia serve a preparare il terreno.

Washington intende far rispettare in modo rigido le clausole di transshipment negli accordi commerciali, costringendo l’Europa a tagliare fuori la Cina dalle proprie catene di valore. Non è una minaccia teorica: è una strategia. E per un’economia europea profondamente dipendente dall’integrazione industriale con Pechino, l’impatto sarebbe destabilizzante.

Da qui il messaggio politico: gli Stati Uniti stanno deliberatamente segnalando che il “rules-based order” è ormai un optional. Dal punto di vista americano, se gli europei non capiscono perché la Groenlandia non possa finire fuori dal perimetro strategico americano, significa allora che non prendono sul serio la minaccia di lungo periodo rappresentata da Cina e Russia. E se è così, Washington è pronta ad andare avanti senza gli europei.

Questo non è improvvisazione. È pre-posizionamento. Scott Bessent vuole salvare il sistema. Ma se il tentativo fallisce, l’alternativa è la dottrina Vance: disaccoppiamento strategico, rottura controllata, e lasciare che ciò che non è sostenibile bruci.

Guardata con la lente del decoupling, la Groenlandia smette di sembrare una follia. Diventa un avvertimento.